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Libano, il popolo scende in piazza contro il carovita e chiede le dimissioni del governo. E’ l’inizio di una nuova “Primavera”?

di Katia Cerratti

Quanto sta accadendo per le strade di Beirut non lascia presagire nulla di buono per gli equilibri, già molto fragili, di questa parte di Medio Oriente. Dopo gli incendi dei giorni scorsi, in gran parte pare di natura dolosa, che hanno devastato il Paese da Nord a Sud, ora è il popolo ad infiammarsi per l’introduzione di nuove tasse, tra cui quella di 6 dollari sull’uso di Whatsapp, proposta  dal ministro delle Telecomunicazioni Mohammed Choucar, poi ritirata, ma soprattutto contro  le condizioni socio-economiche e la grave crisi che sta mettendo in ginocchio il paese.  Le manifestazioni, iniziate pacificamente, sono poi degenerate e il bilancio odierno è di due morti per asfissia e più di 70 feriti, negozi devastati, strade bloccate e, secondo fonti non ufficiali, una quarantina tra politici e banchieri avrebbero tentato di raggiungere l’aeroporto di Beirut. Le proteste,  tuttora in corso,  si stanno propagando in tutto il paese e stanno bloccando le principali strade e quartieri, da Dawra a Ghazir, passando per la strada che porta all’aeroporto, a Zgharta, a Tiro, fino a Tripoli e nella regione della Beka’a.

Sono scese in piazza persone di ogni ceto sociale per esprimere tutta la loro rabbia contro un governo che considerano corrotto e ingordo e che accusano di aver saccheggiato l’economia fino a condurre il paese sull’orlo del baratro.

Emblematiche le dichiarazioni rilasciate da alcuni manifestanti e riportate dalla Reuters:“Stiamo protestando contro i politici per costringerli a restituire i soldi che hanno rubato e rimetterli al servizio del popolo. Se non fosse per la loro corruzione non ci sarebbe alcuna crisi economica “, ha affermato Fatima, dentista. E ancora, Ali Kassem, un manifestante nel sobborgo di Ouzai, dichiara:” “Abbiamo vissuto per 30 anni con le loro bugie. Sono seduti nei loro castelli a spese della gente “. “Sono tutti ladri, vengono al governo per riempirsi le tasche, non per servire il paese”- ha gridato un altro manifestante.

E mentre il leader delle Forze libanesi Samir Geagea e l’ex deputato e leader dei drusi Walid Jumblatt hanno invitato il governo a dimettersi, oggi il premier Hariri ha risposto ai Libanesi in diretta dal Grand Sérail, sede del governo, riconoscendo il malessere del popolo e sottolineando che da tre anni cerca di esaminare le ragioni e il dolore del popolo, che ha lavorato per cambiare le cose ma ha aggiunto che ora l’importante è trovare una via d’uscita alla crisi. Il Premier ha ricordato che l’elettricità costa 2 miliardi di dollari l’anno e che secondo lui bisogna diminuire la differenza tra le spese e le entrate pubbliche. “La vera soluzione – ha dichiarato- consiste nell’aumentare  le entrate del Paese per ripristinare la crescita economica. Le riforme non consistono in nuove tasse ma in cambiamenti strutturali in cooperazione con la Comunità internazionale nel quadro dell’aiuto economico CEDRE”. Ha inoltre perso atto del fatto che il popolo aspetta da 3 anni le riforme, lente e ostacolate dai diversi partiti politici e che ‘la rabbia della gente sia una risposta naturale alla performance politica in Libano e all’ostruzione del lavoro dello Stato’. “Non mi pento dell’insediamento politico perché il mio dovere era proteggere il paese. Non possiamo più aspettare” – ha aggiunto – nell’attuazione del piano di riforma e nella lotta alla corruzione”. Il Primo Ministro infine, ha concesso ai partiti politici 72 ore per concordare una soluzione all’attuale crisi.

Ma proprio davanti al Grand Serail, ieri sera, il popolo ha gridato:  “!الشعب يريد إسقاط النظام‎” – “Ash-shab yurid isqat an-nizam!”-”Il popolo vuole la caduta del regime!”, uno slogan che ci riporta inevitabilmente al leitmotiv  delle proteste del 2011 nel mondo arabo, ovvero alla “Pimavera araba”.

Ma quanto conviene al Libano, in questo momento di grande fragilità socio economica  e politica, sempre in bilico tra le minacce di Israele a Hezbollah e con il rischio di ritrovarsi in guerra da un momento all’altro,  affrontare una  rivoluzione?

A questo proposito l’avvocato libanese Roger Chidiac ci spiega:”Non sono contro le rivendicazioni, al contrario, ma sono contro il momento in cui queste manifestazioni stanno avvenendo. E’ un complotto da primavera araba! Non è il momento di far saltare il governo, ciò farà saltare la Lira e questo sarà peggio! Tutti sanno che gli incendi sono stati provocati da criminali complottisti: anziché rivolgersi ai criminali si sono rivolti contro il governo, è un complotto americano per contrastare le vittorie di Putin in Siria e in Turchia. E’ un complotto in favore di Israele: tutto il Medio Oriente è in fiamme, i tempi di questa rivoluzione sono pericolosi e inadeguati: la primavera araba ha decimato tutte le forze vitali dei Paesi arabi intorno a Israele che si gongola. Peccato! Il nostro Libano era stato risparmiato…Non bisogna giocare con il fuoco, soprattutto non adesso! Questi giovani non ne sono consapevoli”.

Una voce fuori dal coro, forse, ma che fa molto riflettere.

Le immagini delle proteste

 

 

 

 

 

 


Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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