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La Turchia interviene in Siria: quale sarà il bersaglio?

Di Tulin Daloglu. Al-Monitor (03/10/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Lo scorso 2 ottobre, il parlamento turco ha approvato una mozione che autorizza il governo di Ankara a dispiegare truppe in Paesi stranieri e alle forze armate straniere di dispiegarsi su territorio turco. È più probabile che il governo intenda quest’autorizzazione per provare il suo legame indistruttibile con l’alleanza occidentale e per servire da deterrente per combattere, piuttosto che una scusa per violare la sovranità siriana.

Il primo ministro turco Ahmet Davutoglu ha dichiarato che il presidente siriano Bashar al-Assad rimane la prima minaccia alla sicurezza nazionale. Eppure questo è in diretto contrasto con la missione della coalizione contro Daish (conosciuto in Occidente come ISIS) guidata dagli Stati Uniti.

“La distruzione causata dagli attacchi del regime siriano diventa sempre più grave. La sua politica aggressiva continua a prendere di mira il nostro Paese”, recita il testo della mozione parlamentare. È ovvio che la motivazione centrale di questa mozione si concentra sul regime Assad e su come esso costituisca una minaccia per la Turchia e per la stabilità regionale.

Tuttavia, l’ex ambasciatore Faruk Logoglu, membro del principale partito di opposizione turco (il Partito Repubblicano Popolare, CHP) durante la sessione del 2 ottobre aveva avvertito che “se questa mozione verrà approvata, la Turchia diventerà il Paese pirata della regione”. Logoglu ha sostenuto che, a partire dal 2011, le politiche turche hanno interferito con la sovranità siriana minacciandone l’integrità territoriale, sottolineando che la Turchia dovrebbe mettere al primo posto l’integrità territoriale di Iraq e Siria in ogni sua mossa.

Sebbene la mozione del governo citi le Risoluzioni 2170 e 2178 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nessuna delle due risoluzioni è diretta al regime Assad. Entrambe le risoluzioni fanno appello alla comunità internazionale affinché rispetti l’integrità territoriale siriana e prenda tutti i provvedimenti per evitare che combattenti stranieri penetrino in Siria per condurre attività terroristiche.

Nonostante la smentita del governo turco, la comunità internazionale avverte che sia il presidente Erdogan che il premier Davutoglu hanno cambiato direzione – all’ultimo momento – quando questi combattenti stranieri hanno liberamente attraversato il confine turco-siriano, peggiorando una situazione già grave.

Sebbene la NATO abbia dichiarato che l’alleanza non lascerà sola la Turchia, nella sua dichiarazione dello scorso 5 settembre al Summit in Galles (nello specifico, i paragrafi dal 35 al 37) afferma di essere pronta a fornire assistenza al governo iracheno su richiesta. Eppure il governo iracheno non ha chiesto un simile aiuto – non ancora. In poche parole, nessuna risoluzione NATO o ONU rende legittima una qualsiasi azione militare in questi Paesi.

Diversi ufficiali militari turchi in pensione hanno identificato le sfide che la Turchia si prepara ad affrontare, tra cui quella di venire considerata una potenza occupante senza l’approvazione degli USA. Gli ex ufficiali hanno inoltre sottolineato che non importa quanto sia sbagliata la politica sulla Siria di Erdogan e Davutoglu: il punto è che la Turchia non può permettere a un terrore come quello di Daish di prendere il controllo delle sue frontiere, in quanto questo non fa che aumentare le possibilità di uno scontro.

Molti nei circoli di Ankara invitano alla prudenza, benché si continui a ragionare sul tempismo di una tale azione. Intanto, il generale John Allen, l’inviato di Obama alla coalizione globale anti-Daish, visiterà Ankara a breve: questo potrebbe essere il punto decisivo per plasmare il piano d’azione turco dei prossimi giorni.

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Roberta Papaleo

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