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La posizione di al-Assad nell’impasse siriana

 

Bashar-al-Assad_7Di Khaled al Dakhil (al Hayat 08/09/2013 ). Per via del supposto uso di armi chimiche il 21 agosto scorso, la regione sta aspettando che il Congresso americano decida se attaccare o meno il regime siriano. E’ probabile che il via libera sia frutto di un numero ristretto di voti, in particolare nella Camera dei Rappresentanti. Sono emerse molte domande e altrettante aspettative circa la dimensione dell’attacco, le motivazioni e gli obiettivi. E questo argomento è ancora aperto a quasi  tutte le possibilità. Si può controllare  la durata e l’ampiezza dell’attacco ma ciò che verrà in seguito no. L’intervento, secondo l’amministrazione, sarà limitato nel tempo, ma il suo obiettivo dichiarato è di frenare le capacità militari del governo di al-Assad, e in particolare l’eventualità che usi di nuovo le armi chimiche. Ciò significa che l’intervento non potrà essere come la puntura di un ago. Per di più è probabile  che Obama opterà per un intervento anche senza che il Congresso abbia autorizzato il ricorso alle armi.

Sembra che inizi a rendersi conto dell’ampiezza dello sbaglio, e del prezzo da pagare per esso. Sbaglio derivato dalla sua indecisione durata più di due anni nel prendere una posizione chiara e netta sull’impasse siriana. A causa di questa indecisione la situazione è arrivata a un livello più che critico: l’opposizione si è indebolita , si sono spalancate le porte della guerra davanti agli estremisti e i suoi costi e le conseguenti tragedie sono raddoppiati. L’indecisione ha poi iniziato ad espandersi e a  contagiare, come una vera e propria infezione, prima gli ambienti periferici dell’amministrazione, poi le zone esterne a Washington, infine i territori  fuori dai confini americani. Forse però Obama si è reso conto che l’indifferenza per il Medio Oriente in questo preciso momento  rischia di far pagare uno scotto a Washington ossia la possibilità di essere spodestato dal ruolo di attore principale nel ridisegno della cartina della regione, il tutto  a favore del Sud-est asiatico. L’indecisione di Obama ha offerto su un piatto d’argento agli avversari dell’America la possibilità  di determinare una nuova realtà politica per il Medio Oriente. La politica di Obama fino ad ora si è basata sull’adozione, da parte di Washington, di un’iniziativa graduale nella strategia politica estera americana. L’unico modo per fermare questa linea di condotta è di sferrare un attacco mirato al governo, ma la sua missione è indirizzata a quanto più di lontano c’è dal regime.

Dall’altro lato c’è il leader siriano Bashar al-Assad. E’ lui che ha fatto scoppiare la crisi e lui che occupa un posto centrale nello svolgimento della stessa. Dopo quasi tre anni dall’inizio di questa tragedia, non ha però saputo trovare una soluzione politica. Le sue usanze, le sue scelte e le sue alleanze  non glielo permettono. Si è messo da solo in un angolo dal quale non può uscire se non in due modi (un terzo non esiste): il suicidio politico o un mini-Stato per proteggere il clan sulla costa. Alla fine sarà lui il primo a pagare il prezzo. Qui sembra esserci il grande paradosso. La centralità di questo Presidente non supera la dimensione militare intorno alla quale è imperniata attualmente la crisi. Però il suo ruolo rispetto a questa dimensione militare alla fine della questione parrà marginale. Com’è possibile? Lui non è una guida del popolo che conduce una guerra di liberazione nazionale. E non è un leader che combatte per una scelta politica e ideologica fuori dai confini della famiglia e del clan. Combatte per rimanere al governo, e per far rimanere il suo clan al potere, preservandolo e proteggendolo. Considera che un’uscita dal potere sua, della sua famiglia e della sua cerchia  porterebbe a un vuoto politico. Protegge l’eredità tramandata dal padre, ma senza l’astuzia strategica che contraddistingueva quest’ultimo. La crisi che difatti ha provocato si è trasformata in una guerra civile devastante. Ha un esercito forte, ma i soldati nelle guerre civili non possono fuggire dal destino che li trasforma in milizie.

L’Iran, tra i cui alleati c’è Hezbollah, ha stretto un’alleanza con al-Assad per un motivo, con la Russia per un altro, e con la Cina per una terza ragione ancora. E la prova è chiara: tra queste quattro parti non c’è un punto in comune. Bashar in questa coalizione non è altro che una pedina politica che i suoi alleati usano per migliorare le loro posizioni negoziali sul futuro della Siria in vista di un post-Assad. Ciò che importa alla Russia è fermare la marea islamica inaugurata dalla primavera araba nella regione. Alla Cina preme bloccare l’intervento americano in una zona in cui questa potenza asiatica ha sempre più interessi economici e militari. Infine, sia la Russia che la Cina si sono rese conto che al-Assad non è altro che una pedina temporanea, priva di peso per il popolo all’interno della Siria così come nel resto della regione. E ciò spiega l’annuncio del Ministro degli esteri russo che ha dichiarato che il suo paese non si renderà partecipe in nessuna guerra provocata dall’attacco americano contro il regime siriano.

All’Iran  interessa la posizione della Siria nel mondo arabo e nel Mar Mediterraneo. Ma, al contrario della Russia e della Cina, dà peso anche all’appartenenza  confessionale della setta al governo siriano e alla sua protezione. Quest’appartenenza è stata il motivo per cui Assad padre si era alleato con l’Iran, coalizione poi preservata dal  figlio  per difendere il clan, perché appartenere alla setta equivaleva a proteggerla. E per questo motivo precisamente gli Alawiti, di cui al-Assad fa parte, non hanno mai superato i confini di quest’appartenenza e di questa protezione: Bashar  è il primo Presidente della Siria che è arrivato al potere per mezzo dell’eredità. Questa situazione  lo indebolisce dall’interno e  lo spinge a proteggere la famiglia e la setta. E’ il primo Presidente ad aver fatto scoppiare una rivoluzione popolare durante il suo incarico. E’ il primo Presidente che durante il suo mandato ha fatto sì che l’unica funzione dell’esercito fosse di reprimere i manifestanti, e il primo a far distruggere le città per interessi politici. E’ il primo Presidente del Partito Ba’ath che stringe un’alleanza stretta con un paese non arabo (l’Iran). E infine  è il primo Presidente siriano che ha fatto uscire la Siria dal gioco degli equilibri arabi. E in linea con quest’affermazione si può ancora dire che è il primo Presidente siriano che ha provocato l’uscita della Siria dalla Lega araba, di cui è membro fondatore. E’ il primo Presidente siriano che ha tolto le sue forze dal Libano, il primo che non abbia un’alleanza araba che lo sostenga nella peggiore crisi che questo paese abbia mai dovuto affrontare. E’ il primo ad aver stilato una Costituzione sul ruolo della Siria nella regione partendo dall’idea di un’unione di  minoranze e non dall’idea  dell’”arabismo” della Siria, ed è il primo Presidente ad aver fatto scoppiare una guerra civile in Siria sulle  basi di comunità contrapposte  in una società che si caratterizza per il suo pluralismo etnico e confessionale, e che ha sempre teso verso la laicità. Sullo sfondo di queste  priorità  forse si scoprono le radici della rivoluzione siriana, e la guerra civile che ne è seguita. L’Iran è il principale protettore della setta e dei suoi alleati nella regione . Questa potenza si è resa conto che al-Assad gli dà una legittimità locale, regionale e nazionale. Sembra essere un attore centrale però tra gli attori in gioco sarà quello più in mostra che avrà più da perdere e che uscirà di scena. La verità è che al-Assad non si è scelto il ruolo che gli è stato destinato,  è stato il fato a farlo ritrovare dov’è. Sarebbe dovuto essere suo zio Rifa’at ad ereditare da suo fratello la custodia del governo. Invece scoppiò una lotta tra di loro, che minacciò la Siria di entrare in una guerra civile all’inizio degli anni ’80. Poi sarebbe dovuto essere il turno di Basal, fratello di Bashar, successore del padre. Ma il destino non lo ha permesso. Il potere è passato nelle mani di Bashar. Forse Teheran si è rallegrata di questo finale che ha trasformato la capitale degli Omayyadi in una pedina politica nelle sue mani. Ora trova che la questione non è così semplice come sembrava. Ma l’impasse dell’Iran rispetto al suo ruolo regionale è legata alla sua appartenenza confessionale da una parte, e al futuro politico del suo alleato a Damasco dall’altra. In terzo luogo c’è un nuovo Presidente iraniano (Hasan Rohani) che non appartiene ai conservatori né ai riformisti. Questo spiega gli auguri del nuovo Presidente agli ebrei in occasione delle festività del Capodanno ebraico? Lo ha fatto su Twitter e in inglese, non in farsi. Poi il suo Ministro degli Esteri ha anche lui  fatto i suoi auguri, sempre in inglese e sempre via Twitter. Ha poi aggiunto che l’Iran non ha negato l’Olocausto, a differenza di quanto dichiarato da Ahmadinejad. Sembra che Teheran voglia preparare il terreno per un contatto indiretto con Washington tramite Tel Aviv. Come giudica il Presidente siriano questi passi simbolici che provengono dal suo alleato più  importante giusto prima del l’intervento americano contro le sue basi militari? E come si spiega la retromarcia ingranata dall’Iran sulle dichiarazioni fatte contro “il Grande Satana” proprio mentre questo prepara un attacco?

Chiara Cartia

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