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Yemen e Libano: test delle potenze regionali e internazionali

medio oriente

Di Raghida Dergham. Al-Arabiya (14/03/2016). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo.

Questa settimana il radar delle crisi ha registrato un passo in avanti in Yemen, con una delegazione Houti che ha visitato l’Arabia Saudita per la prima volta da quando la coalizione araba a guida saudita è intervenuta contro i ribelli sciiti. Il paese potrebbe essere un banco di prova per le intenzioni di attori regionali e internazionali. Tra i risultati della visita, promossa dall’inviato ONU Ismail Oul Cheikh Ahmed, una calma relativa al confine yemenita-saudita e una riduzione del numero di colpi effettuati dalla coalizione a Sana’a. Recentemente sono inoltre emersi segnali di un maggior impegno di USA e Russia nel porre fine alla guerra in Yemen, avendo come priorità la sicurezza nazionale saudita. Entrambe le potenze hanno aiutato Riyad a livello di intelligence, ma temono che la guerra potrebbe permettere ad Al-Qaeda di riguadagnare influenza in Yemen e a Daesh (ISIS) di sfruttare il caos nel paese. Né Washington né Mosca condividono la linea dura di Teheran, che ha affermato il suo aperto sostegno agli Houthi. Il generale di brigata Masoud Jazayeri, vice capo di Stato maggiore delle forze armate iraniane, ha infatti suggerito che l’Iran potrebbe sostenere gli Houthi come ha fatto con le forze del presidente Bashar al-Assad in Siria, mandando consiglieri militari in Yemen. La dichiarazione iraniana è coincisa con l’escalation pubblica del capo di Hezbollah che ha promesso di non rimanere in silenzio in Yemen e di continuare quello che sta facendo lì, in riferimento al suo coinvolgimento nella guerra affianco agli Houthi.

È tempo che la classe dirigente iraniana, che si dice moderata, adotti posizioni che tengano a freno gli estremisti, soprattutto nelle arene arabe. I test iraniani dei missili balistici e gli avvisi ai “nemici della rivoluzione” servono per ricordare a tutti la forza degli estremisti e la loro volontà di scalare a tutti i livelli, per riaffermare la loro posizione e influenza all’interno del regime di Teheran. Se il fronte moderato è serio, deve dimostrarlo sia in Yemen che in Libano. Quest’ultimo è ostaggio, da una parte, di poteri regionali, ma dall’altra è diventato un caso disperato di classe politica corrotta, tra polemiche e politiche che non sembrano rispettare alcun limite etico – dall’annegamento del paese nella spazzatura all’assassinio in centro a Beirut per implicare il Libano nelle altrui guerre. Mentre la decisione internazionale, soprattutto di USA E Russia, potrebbe contribuire alla fine della guerra in Yemen, la decisione di questi paesi di prevenire uno scontro militare in Libano potrebbe non essere abbastanza. Devono renderlo immune dall’escalation regionale e locale piuttosto che lasciare che il Libano ne sia preda.

A questo quadro si aggiunge il ruolo della Turchia, che ha fatto richiesta di un coordinamento turco-iraniano per risolvere la crisi in Medioriente. Il primo ministro Ahmed Davutoglu ha comunicato a Teheran la volontà del suo paese di aiutare la riconciliazione irano-saudita, con il desiderio che l’Iran, allo stesso tempo, contribuisca alla diminuzione delle tensioni turco-russe, soprattutto in Siria. Sembrerebbe infatti che l’Arabia Saudita sia pronta per una riavvicinamento all’Iran, se l’atteggiamento di quest’ultimo si facesse meno aggressivo. Il regno saudita è infatti pronto a discernere tra le pressioni su Hezbollah e la normalizzazione dei rapporti con Teheran basata sul cambiamento di atteggiamento di quest’ultima in Yemen, Iraq, Siria o Libano.

Raghida Dergham è una giornalista del quotidiano Al-Hayat dal 1989.

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Roberta Papaleo

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