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Un compromesso storico in Tunisia? Cosa può insegnare Roma a Cartagine

Di Jonathan Laurence. Brookings (19/11/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Benché sia improbabile che il primo turno delle elezioni presidenziali della prossima domenica individueranno un vincitore assoluto, la Tunisia può comunque vantare il maggior successo democratico del tortuoso percorso del post-primavera araba.

All’inizio di quest’anno, l’Assemblea Nazionale Costituente, guidata dagli islamisti, ha proclamato una Costituzione pluralista che ha permesso di indire le elezioni parlamentari dello scorso 26 ottobre, alle quali il partito in carica ha perso. Il semplice fatto dell’alternanza politica è una pietra miliare: Ennahda non è il primo partito nella storia a perdere la fiducia dei suoi elettori, ma è di certo il primo a vivere tanto da poterlo raccontare.

La culla della primavera araba offre una stuzzicante alternativa della partecipazione islamista al processo democratico: una terza via tra la il maggioritarismo turco e il militarismo egiziano. La Tunisia è diversa: è più piccola, non ha un esercito egemonico ed Ennahda non ha la maggioranza dei voti. Tuttavia, l’allettante quadro nasconde un’élite frammentata e un elettorato variegato. Sono 27 i partiti ad aver presentato un candidato alla presidenza, sebbene alcuni si siano ritirati. Solo due quinti degli aventi diritto al voto si sono registrati per votare e meno dei due terzi di essi ha effettivamente votato. Tutto ciò riflette una società altamente polarizzata.

Lo schema base emerso dalle ultime parlamentari è lo stesso che caratterizza il Paese da anni: una battaglia esistenziale tra islamisti e anti-islamisti. L’ultima volta che una democrazia elettorale ha vissuto un simile momento critico non è stata nel 2013 al Cairo o a Gezi Park, ma piuttosto a Roma negli anni ’70. nel 1976, il Partito Comunista Italiano (PCI) ottenne un terzo dei voti, creando il più grande blocco elettorale comunista ad Ovest della Cortina di Ferro. Tuttavia, rendendosi conto che l’Italia all’epoca era troppo divisa per poterla governare da solo, il leader del PCI Enrico Berlinguer propose il “compromesso storico” con la nemica Democrazia Cristiana per accorciare il divario culturale e politico.

Oggi Ennahda affronta gli stessi dubbi dei leader comunisti nell’Europa del post-guerra: sono davvero democratici pluralisti? Accettano la condivisione del potere? Il direttore esecutivo di Nidaa Tounes, Monder Belhadj Ali, all’inizio dell’anno aveva dichiarato che Ennahda doveva seguire il cammino dei partiti comunisti europei durante la Guerra Fredda: il partito ha bisogno di rinunciare alla sua “logica jihadista”, ha detto Belhadj Ali, così come la Germania prese le distanze dalla dottrina marxista-leninista nel 1959.

Del resto è evidente che la leadership di Ennahda ha interpretato correttamente il silenzio occidentale dopo l’arresto del primo presidente eletto democraticamente in Egitto lo scorso anno. Il partito ha accettato di omettere la parola “shari’a” nel testo costituzionale, ha deciso di bandire il gruppo estremista Ansar al-Sharia e ha volontariamente lasciato il potere nel 2013: tutti questi sono stati intesi come segnali di una volontà di compromettersi. Oggi non esiste un equivalente di Mosca e del Comitern, ma Ennahda si è offerto come “alternativa allo Stato Islamico”. Inoltre, Ennahda ha scelto una linea politica per cui non governa da sé, ma solo alleandosi con altri partiti. Rached Ghannouchi, suo leader, ha dichiarato che spera di evitare che si ripeta “il modello di polarizzazione bilaterale egiziano”.

Un compromesso storico tunisino potrebbe fornire al Paese quell’unità nazionale di cui ha bisogno per creare un governo di partiti sicuri di sé e per alimentare la fiducia reciproca nell’alternanza politica. La mancanza di un chiaro ordine politico potrebbe rivelarsi il vantaggio nascosto per questa prima stagione elettorale in Tunisia. I partiti possono usare quest’occasione per proporre una terza strada tra la leadership militare e la democrazia islamista maggioritaria.

Così come il comunismo italiano era diverso dal comunismo sovietico, il caso della Tunisia è davvero eccezionale. La sua rivoluzione, relativamente democratica e pacifica, ha fatto passi da gigante a livello istituzionale. Come affermato dal presidente Moncef Marzouki, “se l’esperimento della democrazia islamica non funziona qui, allora è probabile che non funzioni da nessuna parte”.

Jonathan Laurence, specializzato in relazioni transatlantiche, musulmani in Europa e Islam politico in Occidente, è professore associato di Scienze Politiche al Boston College.

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Roberta Papaleo

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