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ULAIA: musica e buona volontà fra i profughi palestinesi in Libano; racconti di una realtà da sostenere

Carissimi amici, con grandissimo piacere vi parlo ancora di progetti bellissimi che meritano di essere divulgati e sostenuti più possibile.

L’Associazione Culturale ULAIA sta facendo cose molto importanti per i profughi palestinesi, attraverso la musica e la buona volontà di tante persone, per fortuna, disposte a donarsi come volontari. Quelle che vi propongo sono due interviste: la prima interlocutrice è la Presidente di ULAIA, Olga Ambrosanio. Il secondo ospite di questo mio salotto virtuale è Matteo Cona, un musicista che si è recato come docente volontario in mezzo ai profughi palestinesi. Grazie alle testimonianze di Olga e Matteo e grazie alla musica, questa meravigliosa arma pacifica che lenisce tanti mali.

Cinzia: Olga, come è nata l’idea di un progetto musicale nei campi profughi del Libano?

Olga Ambrosanio: È con piacere che rispondo a questa domanda perché me la pongono in tanti e in realtà l’origine è particolare. Ho cominciato a pensarci dopo aver passato 3 settimane con i giovani palestinesi musicisti di cornamuse del campo di Burj al-Shemali , che abbiamo invitato nel 2009 per un tour itinerante in Italia. Le emozioni della giornata raccontate la sera, dopo il loro spettacolo, insieme a frammenti della loro vita nei campi, mi hanno fatto rendere conto di quanto la musica possa contribuire ad esorcizzare la loro condizione di palestinesi che, nonostante siano la terza generazione nata in quel paese, ereditano una legislazione ostile, fatta di divieti, negazione di diritti e discriminazioni.

C.: Sono d’accordissimo. La musica è una medicina eccezionale per tante e svariate situazioni. E poi?

Olga Ambrosanio: Poi abbiamo continuato ad approfondire la situazione dei palestinesi in Libano, facendo di questa conoscenza il vero patrimonio di un’associazione piccola come la nostra; abbiamo constatato quanto poco spazio informativo venga loro riservato anche da associazioni che notoriamente operano a favore del popolo palestinese, e ci siamo fermati lì, cercando attraverso la musica di intervenire anche sui disagi psico-sociali che riguardano purtroppo un cospicuo numero di bambini di quella comunità.

C.: Giustissimo, e quindi come ha preso corpo il vostro operare in quei territori?

Olga Ambrosanio: Ne è nato così un progetto che abbraccia la musicoterapia, la formazione di educatori musicali, gli scambi con ragazzi italiani, l’insegnamento di altri strumenti oltre la cornamusa e tanto altro, attività portate avanti nei primi anni in collaborazione con altre associazioni e con piccoli ma importanti patrocini economici. La vera svolta però è avvenuta nel 2013-14, anno in cui abbiamo ricevuto il finanziamento dell’8xMille della Tavola Valdese, cosa che ci ha permesso di sviluppare un altro fondamentale obiettivo del progetto: la continuità di insegnamento e nuovi strumenti per i tanti bambini e ragazzi che man mano si aggiungevano ai primi. Ora il venerdì e la domenica dal Centro ASSUMOUD di Burj al-Shemali non solo si diffonde il suono delle cornamuse e delle percussioni, ma anche quello di trombe, tromboni, sassofoni, flauti, chitarre, violini.

C.: Olga, so che con voi lavorano musicisti italiani che si recano ad insegnare laggiù come volontari, vero?

Olga Ambrosanio: Infatti. E mentre l’associazione partner “Prima Materia” raggiunge traguardi insperati con la Musicoterapia, noi ci stiamo dedicando a questi ragazzi affiancando agli insegnanti locali anche insegnanti volontari dall’Italia. Lo scopo non è solo quello di dare un supporto al pool di musicisti locali, ma anche quello di dare la possibilità ai nostri giovani di avvicinarsi alla questione palestinese attraverso la conoscenza diretta della comunità e la vita quotidiana che vedono entrando nei campi per tanti giorni di seguito; insomma, una esperienza formativa anche per loro.

C.: Grazie Olga, ne sono sicura. Tanto che ho voluto raccogliere la testimonianza di uno di questi coraggiosi e valentissimi insegnanti volontari, Matteo Cona, sicura che avrà molto da raccontarci dal suo punto di vista e sulla sua diretta esperienza sul campo. Matteo Cona, come é nato il tuo interessamento verso il progetto di ULAIA e la popolazione palestinese?

Matteo Cona: Sono entrato in contatto con ULAIA tramite uno dei volantini che l’associazione ha diffuso in alcuni ambienti musicali di Roma. Ho letto che cercavano insegnanti di musica disposti a fare un’esperienza di volontariato a favore della popolazione palestinese in Libano e ho chiamato il giorno stesso Olga, la presidente. Da tempo cercavo un’opportunità per fare volontariato di qualunque tipo, ma quando ho visto che cercavano una figura professionale come la mia, non mi sono lasciato scappare l’occasione. Quanto alla popolazione palestinese, ero informato in maniera piuttosto generica ma avevo comunque un’opinione ben precisa sulle problematiche generali della questione. Non mi sono mai sentito particolarmente vicino al problema, quantomeno non più di quanto non lo sia per altre popolazioni che soffrono una condizione di ingiustizia conclamata. Ora che sono passati due mesi dalla mia permanenza qui, con l’opportunità di ricevere informazioni direttamente dalla comunità palestinese, sento chiaramente una vicinanza particolare con la loro situazione, e continuerò a lottare per la loro sopravvivenza e per il raggiungimento di una condizione di diritto che per ora è totalmente assente.

C.: Come si é concretizzato il tuo impegno in quel settore e come hai gestito il tuo corso musicale?

Matteo Cona: Quando sono arrivato al centro dell’ONG Beit Atfal Assomoud di Burj al-Shemali, ho trovato già una situazione didattica musicale avviata nell’ambito del progetto BANDA senza FRONTIERE, affidata a musicisti locali ai quali ULAIA si proponeva di affiancare insegnanti volontari. Accanto alla piccola orchestra di strumenti a fiato tenuta da Abu Mahmud, al gruppo di musica da camera diretto da Haider e alla banda di cornamuse e percussioni condotta da Hassan, leader del gruppo scout di Burj al-Shemali, abbiamo dato il via al mio corso di chitarra e al proseguimento del corso di violino tenuto dalla mia collega Annalisa Ponzo, che è già al suo secondo anno di volontariato in questa realtà. Siamo partiti con circa quindici ragazzi che avevano interesse per la chitarra dividendoli in tre fasce di età, ho cominciato a impostare la gestione dello strumento, come usare le due mani, la lettura delle prime note, qualche canzone popolare occidentale e qualche canzone popolare araba. In due mesi di lezioni quotidiane hanno raggiunto un discreto livello di lettura anche a prima vista, una buona capacità di affrontare un accompagnamento pop-rock, e una prima impronta di musica araba, per la quale ammetto di non essere ancora molto preparato. Per fortuna, tramite l’aiuto dei docenti locali ho potuto integrare questa mia carenza, e durante i corsi invernali gli studenti potranno usufruire maggiormente di queste conoscenze che gli permetteranno di non mancare l’appuntamento con la loro tradizione e il loro repertorio popolare. Fin dalla prima settimana ho scelto uno dei ragazzi più grandi, Mohamed, che oltre ad essere molto attento e disponibile, ha anche un’ottima conoscenza della lingua inglese, e mi ha aiutato come interprete durante le lezioni. Il mio metodo in effetti non è stato molto diverso da quello che già uso in Italia: un mix di impostazione classica e di repertorio moderno, saltuariamente accompagnato da alcuni giochi, da alcune sessioni di ear training, di solfeggio, di improvvisazione. Ho cercato di parlare molto con loro, di stimolarli. Purtroppo ai palestinesi sono vietate molte cose… Crescono con la consapevolezza che troveranno molti ostacoli, e questo in alcuni di loro attenua gli entusiasmi. Devo dire che la musica, la passione e l’energia che ho cercato di trasmettere in classe, insieme all’interesse, hanno stimolato fiducia ed autostima ed i risultati sono stati evidenti nelle diverse esibizioni in pubblico che abbiamo organizzato.

C.: Certo, è comprensibile questo loro stato d’animo. Per questo, stimolarli e ridargli fiducia ed entusiasmo attraverso la musica è fondamentale. Che situazione hai trovato e come hanno reagito, i tuoi allievi, alle attività e alle proposte musicali?

Matteo Cona: Gli studenti sono stati entusiasti di tutto quello che ho proposto. Sembra strano dirlo, ma evidentemente il loro sistema educativo è troppo ancorato alle tradizioni e i ragazzi sono desiderosi di informazioni nuove. Infatti aver proposto fin da subito un doppio binario educativo, dal repertorio classico, generalmente più ostico da digerire alle facili canzoni internazionali che stimolano fin da subito il canto e la partecipazione collettiva, ha reso più divertente ai loro occhi lo studio dello strumento. Durante i concerti abbiamo suonato una canzone che prevedeva delle piccole parti di domanda e risposta da un coro, e i ragazzi del corso di violino hanno spontaneamente assunto questo ruolo. Ciò testimonia l’ottimo clima partecipativo e familiare che si è instaurato tra gli allievi dei vari corsi musicali.

C.: Che repertori avete affrontato?

Matteo Cona: Come metodo mi sono riferito a “Guitar Master” di Roberto Fabbri, che uso anche in Italia. Ho proposto alcuni brani popolari come Frère Jacques, Danza dell’Acha, Twinke Twinkle, Ode to Joy, Old McDonald. Abbiamo affrontato lo studio di Eh-Elwadi, un brano della tradizione araba e alcuni brani classici del rock e del pop: Should I stay or should I go (The Clash), Hurricane (Bob Dylan), The best day of my life (American Authors), Get Back (The Beatles), Knocking on the Heaven’s door (Guns and Roses version), Imagine (John Lennon).

Come potete immaginare alcune canzoni toccano temi a loro vicini, e prima di affrontarne lo studio abbiamo discusso sul valore del testo, e su quale fosse la loro e la mia opinione a riguardo. Tanto per fare un esempio, Hurricane narra la storia di un pugile afroamericano incarcerato ingiustamente per 19 anni solo per il colore della sua pelle. Quanto a Imagine, che avevo evitato di proporre per l’auspicio dell’assenza di religione nel mondo che recita uno dei suoi versi, sono stati gli stessi ragazzi a chiedermi di impararla sottolineando quanto invece fosse importante in una zona come questa il messaggio generale di pace che il testo trasmette.

C.: Ottimo, molto interessante. Quali ripercussioni ha avuto,questa esperienza, sui bambini palestinesi e su voi docenti?

Matteo Cona: Dopo il “Summer concert” ho sospeso il corso di chitarra per una settimana, sia perché ero occupato in un lavoro con un altro gruppo, sia perché i ragazzi erano un pochino stanchi, dopo tanti giorni di lezioni quotidiane. Poi li ho riconvocati per presentarli al nuovo maestro che li seguirà durante il periodo invernale, e sono stato davvero entusiasta di vedere che nessuno era assente e tutti avevano gli occhi pieni di entusiasmo e di voglia di imparare ancora. Credo che lo studio di uno strumento come la chitarra sia davvero utile per una situazione come questa. Qui la maggior parte dei ragazzi non ha un sistema educativo efficace, soffre la mancanza di spazi personali e di spazi aperti per lasciar correre la fantasia. Il campo è una cittadina di case appiccicate e un dedalo di viuzze, per cui la chitarra, che da una parte è uno strumento con grandi possibilità di approfondimento individuale, e dall’altro è adatto a creare socialità e coralità, permette agli studenti di evadere dalla loro situazione asfissiante e di sentirsi, per un breve periodo, in un altro luogo, frutto della loro fantasia.

Per quanto mi riguarda è stata un’esperienza profonda, appagante e unica. Sono fortunato ad avere la passione per l’insegnamento e per la trasmissione della mia conoscenza e soprattutto della mia passione ed energia, e qui ho trovato numerosi ragazzi disposti a imparare ogni cosa proponessi loro, facendo sacrifici e senza la pigrizia che a volte riscontro nei miei allievi italiani. La maggior parte di questi ragazzi hanno storie difficili a casa, e alcuni appartengono a famiglie giunte recentemente qui dalla Siria che possono raccontare episodi davvero spiacevoli e tragici. Con loro ovviamente mi sono avvalso della collaborazione delle assistenti sociali di cui l’ONG locale dispone, cercando non solo di trasmettere un’educazione musicale ma anche sociale e ricreativa per l’intero nucleo familiare. Questo continuo scambio di informazioni, metodologie e sinergie con le assistenti sociali, e la frequentazione con le famiglie e in generale con il campo profughi ha confermato le mie aspettative su cosa avrei trovato qui. Certo, situazioni di povertà, anche di estrema povertà, di disagio, di confusione mentale a causa della condizione di simil prigionia a cui sono sottoposti, ma anche tantissima accoglienza, gioia di vivere, speranza, voglia di trovare il buono nelle cose, e un grande senso condiviso di famiglia. Nel campo di Burj al-Shemali ci sono circa 20.000 abitanti, eppure durante le mie passeggiate all’interno ho sempre trovato grande ospitalità, grande rispetto e sensibilità. Su di me ha avuto l’effetto di farmi sentire ancor più desideroso di approfondire la conoscenza con una cultura diversa dalla nostra, che ha molto da offrire e che va salvaguardata dai tentativi di soppressione in atto.

Cinzia: Grazie di cuore, Matteo. Quello che hai detto è già completo e non c’è da aggiungere altro, se non l’invito ai lettori a sostenere, se vogliono, l’associazione e i suoi bellissimi ed importantissimi progetti.

Grazie ancora e buon proseguimento!

 


Cinzia Merletti

Cinzia Merletti è musicista, didatta, saggista. Diplomata in pianoforte, laureata in DAMS, specializzata in Didattica e con un Master in Formazione musicale e dimensioni del contemporaneo. Ha scritto e pubblicato saggi sulla musica nella cultura arabo-islamica e mediterranea, anche con CD allegato, e sulla modalità. Saggi e articoli sono presenti anche su Musicheria.net. Ha all’attivo importanti collaborazioni con musicisti prestigiosi, Associazioni culturali e ONG, enti nazionali e comunali, Conservatorio di Santa Cecilia, per la realizzazione di eventi artistici, progetti formativi ed interculturali tuttora in corso.

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