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Tunisia: tutti i corpi di Zarzis

ARTICOLO ZARZIS 22_COPERTINA_Il museo della memoria, il cappottino rosso di una bambina_Zarzis
Un cimitero per seppellire con dignità i migranti morti nel Mediterraneo, un museo per conservare la memoria del mare e il dramma di un padre che ha perso suo figlio

Corpi invisibili, senza nome, senza vita. Corpi di uomini, donne e bambini arrivati sulle coste di Zarzis, trasportati per giorni dalle correnti, dopo il naufragio al largo della Libia. Zarzis, una località costiera nella regione di Médenine, nel sud della Tunisia vicino al confine libico, vive principalmente di pesca, raccolta delle olive e turismo. Eppure, alcuni anni fa, i pescatori si sono ritrovati a fare i conti con il salvataggio dei vivi e la triste conta dei morti.

I pescatori di Zarzis – Lo sa bene Chamseddine Marzoug, ex pescatore ed ex tassista, oggi disoccupato e volontario della Mezzaluna Rossa tunisina. È la prima persona che incontro, arrivata in città dopo un viaggio in treno da Tunisi. È lui a descrivermi la realtà di questo angolo di Tunisia. “Molto spesso, i pescatori uscivano in mare per pescare e trovavano dei barconi che stavano affondando – mi racconta – Così, si doveva interrompere il proprio lavoro per occuparsi dei soccorsi. Tra il 2013 e il 2015, abbiamo salvato migliaia di persone sotto il coordinamento della Guardia Costiera tunisina. In un’occasione, addirittura, abbiamo tratto in salvo 980 persone in sole 62 ore”. Poi, tra il 2015 e il 2016, sono arrivate le navi delle Organizzazioni non governative, impegnate nel Search and Rescue nel Mediterraneo, ma il lavoro della Guardia Costiera e dei pescatori non si è interrotto del tutto.

In circostanze meno fortunate, le reti da pesca trattengono i corpi senza vita. In altri casi, quei corpi arrivano direttamente sulla spiaggia o vengono avvistati da pescatori o passanti vicino alla riva. In ogni caso, viene allertata la Guardia Costiera che a sua volta contatta Chamseddine.

Il cimitero degli sconosciuti – È lui, infatti, a seguire da anni l’intera procedura legale e ad occuparsi della sepoltura e della gestione de le Cimitière des inconnus, il “Cimitero degli sconosciuti”, migranti di diverse nazionalità e religioni, non identificati. Tra il 2000 e il 2005, molto prima dell’emergenza migratoria, i corpi erano seppelliti nel cimitero musulmano di Lazragh, un cimitero familiare e non municipale. Poi, a partire dal 2006, lo Stato ha messo a disposizione un terreno, non un terreno agricolo ma una vecchia discarica, in parte ripulita per fare posto a fosse comuni. “Nel 2011 – spiega Chamseddine – la Croissant Rouge tunisien ha chiesto di subentrare allo Stato, per seppellire i morti con dignità e rispetto”. Da quel momento, quindi, tutti i cadaveri vengono interrati uno ad uno, in uno spazio ormai saturo, dove sono state sepolte quasi 400 persone in dodici anni (oltre 70 nel 2017) e dove sono rimaste solo due tombe a disposizione.

Per questo, il sogno di Chamseddine è quello di acquistare un altro terreno, oltre che un’auto adatta al trasporto delle salme, e costruire una piccola struttura, con una stanza per lavare e preparare i corpi dignitosamente, e un’altra destinata alla memoria dei defunti. Finora, attraverso un crowdfunding online lanciato per iniziativa della Croissant-Rouge, sono stati raccolti circa 5.000 euro dei 35.000 necessari. Così, Chamseddine, continua a tenere pulito il cimitero dei morti senza nome, in attesa di poter gestire un nuovo spazio, peraltro già individuato non lontano dall’attuale terreno, accanto a un foyer per migranti inutilizzato.

A vederlo da lontano, il “Cimitero degli sconosciuti”, creato a poche centinaia di metri dallo stadio di Zarzis, sembra abbandonato. Avvicinandosi, invece, si possono notare un cartello con il nome del cimitero in diverse lingue, dei cumuli di terra, degli attrezzi da lavoro e dei fiori, piantati da Chamseddine insieme ad un gruppo di volontari che nel dicembre del 2017, dopo un’intensa pioggia, lo hanno aiutato a risistemare questo spazio. Ci sono anche dei piccoli giocattoli appoggiati sopra alla tomba di un bambino e una lapide sulla tomba dell’unico corpo identificato in questi anni. Si tratta di Rose-Marie, una donna nigeriana morta nel mar Mediterraneo il 27 maggio del 2017 e identificata dal compagno sopravvissuto al naufragio.

Di solito, in questo rapporto quotidiano con la morte, Chamseddine è solo. Non ci sono giovani tunisini ad aiutarlo. Dopo aver ricevuto la segnalazione, arriva sulla spiaggia con un furgoncino bianco, ripone il corpo all’interno e raggiunge l’ospedale insieme alla Guardia Costiera. Qui, le autorità marittime ritirano il rapporto medico e lo inviano al procuratore che a sua volta invia un fax con l’autorizzazione per procedere alla sepoltura. A questo punto, Chamseddine si occupa di lavare il corpo e di introdurlo in un sacco mortuario, solo dopo aver legato al polso del cadavere un braccialetto con la data. Una procedura che ormai Chamseddine conosce molto bene e di cui sembra parlare in maniera assolutamente naturale. “Resterò con loro fino alla fine della mia vita – mi dice – Non c’è altra scelta, è una questione di umanità. La vita ha rifiutato queste persone. I loro familiari non sanno neanche che sono morti. Per questo, lavo i corpi e li preparo in maniera rispettosa, perché le loro anime possano riposarsi in pace”. E proprio quelle anime, secondo Chamseddine, hanno protetto i suoi figli, partiti clandestinamente dalle coste tunisine di Sfax e Kélibia per raggiungere l’Italia e poi la Francia.

Il dramma di un padre – Dalla Tunisia, infatti, i giovani continuano a partire sognando di migliorare le proprie condizioni di vita in Europa. Proprio a Zarzis, città testimone della tragedia migratoria, nei giorni scorsi è stata organizzata una manifestazione per ricordare il dramma delle morti nel mar Mediterraneo, che coinvolge ancora oggi centinaia di migranti di varie nazionalità, tra cui molti tunisini. Lo sa bene F., un abitante di Zarzis che ha perso il figlio di soli 17 anni nel febbraio del 2011, il periodo di maggiore afflusso dalla Tunisia verso l’Italia, subito dopo la Rivoluzione (anno in cui si sono registrati oltre 20.000 arrivi irregolari sulle coste italiane). Sul barcone, naufragato a largo di Sfax in acque internazionali per responsabilità ancora da accertare, erano salite 120 persone: 97 sono sopravvissute, 23 sono morte, 18 corpi sono stati identificati, mentre 5 sono rimasti senza nome e non è stato effettuato alcun test del DNA.

In base alle testimonianze raccolte, F. è convinto che tra questi corpi, sepolti in un cimitero di Sfax e distinti tra loro solo da un numero, ci sia suo figlio. Di lui, oggi, gli rimangono solo alcune foto, una stanza vuota che preferisce non mostrarmi e una scritta sul muro del giardino, che riporta le iniziali del nome e cognome, lasciata dal figlio prima di quella partenza senza preavviso. Ora, F. è spaventato perché sa che anche il suo secondo figlio maschio vorrebbe partire per l’Italia in cerca di fortuna. Saluto quest’uomo di Zarzis, che mi ha regalato un po’ del suo tempo, sperando che riesca a convincere il suo secondogenito a non partire. E mi incammino verso un altro luogo di Zarzis. Un luogo che, mi renderò conto poco dopo, racchiude in sé tanti mondi diversi, sogni e speranze tradite.

Il museo della memoria – Sulle spiagge di Zarzis, infatti, arrivano i corpi senza vita dei migranti partiti dalle coste libiche, principalmente dalle località di Sabratha e Zawiya. Ma non solo. Il mare, con tutta la rabbia che ha, riconsegna agli abitanti di Zarzis anche i pochi oggetti che queste persone portavano con sé. Soprattutto scarpe, ma anche qualche giacca, alcuni salvagenti. Sono solo pochi effetti personali, ma raccolti sull’erba o esposti sugli scaffali, in maniera più o meno ordinata, fanno un certo effetto. Per vederli, bisogna raggiungere a piedi il “Museo della memoria del mare”. Questo è il nome che si trova sulla guida turistica, Routard, perché ormai Mohsen Lihidheb è famoso in tutto

il mondo. Ex postino di professione, artista, filosofo, pensatore, poeta, in realtà non ama le definizioni. E le sue risposte alle mie domande sono tutt’altro che convenzionali. Semplicemente, Mohsen ha iniziato a raccogliere oggetti sulla spiaggia nel lontano 1993. All’inizio, soprattutto bottiglie, poi sassi, spugne, boe. Decine di migliaia di cose e un Guinness World Record vinto nel 2002. In un secondo momento, sono arrivati anche gli oggetti dei migranti e un record ben più triste, quello delle scarpe, circa 6.000 in tutto.

“Forse, in questa mia attività c’è una relazione con il mio lavoro alle poste – racconta Mohsen – All’ufficio postale si raccolgono lettere e si consegnano, si distribuiscono. Forse per questo, nella mia azione ecologica, ho deciso di raccogliere oggetti sulla spiaggia, pulirli, farne delle configurazioni artistiche, distribuirli, diffonderli per accrescere consapevolezza”. La sua vita, tra l’infanzia trascorsa al mare e un ritorno al mare all’età di 40 anni, è sempre stata contro corrente. Molte delle sue azioni provocatorie. Basti pensare a questo museo a cielo aperto, uno spazio ecologico, divenuto un luogo di sensibilizzazione sulla raccolta dei rifiuti per le classi di ragazzi, proprio perché alla base della sua azione di raccolta “selvaggia”, come lui stesso la definisce, c’è sempre stata la volontà di raccogliere per preservare l’ambiente. Ecologia e umanità, sono questi i messaggi che Mohsen cerca di trasmettere ormai da molti anni, nonostante le perplessità della comunità.

Oggetti che raccontano storie – Il Museo della memoria è un luogo in cui tutti gli oggetti esposti sembrano comunicare tra loro, avere un’anima e raccontare delle storie di vita. Mohsen mi racconta che, per onorare la memoria dei migranti annegati in mare, ha l’abitudine di muovere le scarpe appese alle mensole, prima che arrivi qualche visitatore. Un modo per mantenere vivo il ricordo. Per ricordarci che chi portava quelle scarpe, ricucite a mano, ha attraversato il deserto. Per ricordarci che anche quel bambino di pochi anni ha perso la vita in mare insieme alla sua mamma. Un modo per ricordarci che un adulto indossava quel salvagente e che c’era un piccolo corpo in quel cappottino rosso che ora ondeggia a destra e sinistra, come se fosse mosso dal vento.

“Raccogliere alcuni oggetti è triste – mi confida Mohsen – Per esempio, quando ho trovato questo cappottino di una bambina, l’ho messo in macchina e ho iniziato una specie di lenta processione verso casa, solo per celebrare la gioia della vita che lei ha perso. Ho provato compassione nel vero senso della parola e ora conservo qui la sua memoria”. Proprio quel cappottino rosso continuerà a restarmi impresso nella mente durante il viaggio di ritorno verso Tunisi. E anche durante il mio viaggio verso l’Italia. Dall’altra parte del mar Mediterraneo. Questo mare nostrum di speranze, di sogni e di morti.

Di Alice Passamonti.

Alice Passamonti è una giornalista e fotografa italiana esperta di immigrazione e diritti umani. @AlicePassamonti
https://picandtown.wordpress.com


Redazione

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