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Start-up a impatto sociale in Marocco, Tunisia ed Egitto

Startup
In questi tre Paesi stanno fiorendo una quantità di start-up che costituiscono l'avanguardia dell'imprenditoria sociale

Di Ben Hamadi Zouhour. Your Middle East (16/03/2017). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Frigoriferi nel deserto in Marocco; un bracciale per prevenire infarti in Tunisia; un sistema di finanziamento per la beneficienza in Egitto: in questi tre Paesi stanno fiorendo una quantità di start-up che costituiscono l’avanguardia dell’imprenditoria sociale.

Il Marocco ne conta più di 250, mentre la Tunisia si piazza al settimo posto della classifica di SeedStars World dei Paesi dove lanciare na start-up. L’Egitto ha superato ogni record con la creazione di migliaia di start-up nel biennio 2012-2013. Ma come si spiega questa esplosione di imprese a forte impatto sociale in Paesi con indicatori economici così deboli?

Secondo la società di dati Mattermark, dopo molti anni di start-up in campi come l’e-marketing e gli appuntamenti online, dal 2012 in poi il Nord Africa ha visto nascere sempre più imprese legate al settore bancario, a quello sanitario, ai prestiti, all’e-commerce. Questa tendenza verso un’economia collaborativa è comprensibile in mercati emergenti dove il business delle start-up non ha nemmeno dieci anni di vita. Inoltre, anche se non ne sono state la scintilla, le rivoluzioni in Egitto e Tunisia hanno di certo aiutato il proliferare di questa tendenza.

Secondo l’Istituto Nazionale Tunisino di Statistica (NIS) e l’Istituto Nazionale Marocchino di Statistica ed Economia Applicata, queste aziende sono composte da persone di età compresa tra i 25 e i 32 – persone giovani, altamente qualificate, che sono terrorizzate dall’incalzante aumentare dei tassi di disoccupazione nella regione. Secondo il NIS, a metà 2016 erano più di 260 mila i disoccupati laureati in Tunisia, cioè più del 3% del totale della popolazione senza lavoro. La primavera araba ha insegnato ai giovani che il cambiamento è possibile e che sono in grado di controllare il loro destino.

Inoltre, tutti questi giovani imprenditori, che siano tunisini, marocchini o egiziani, hanno una caratteristica in comune: sono orientati verso il sociale. Consapevoli delle difficoltà economiche dei loro Paesi, mirano a combattere la disoccupazione, non solo lanciando un loro business, ma anche cercando di migliorare le vite dei loro concittadini.

Molte di queste start-up puntano alla creazione di progetti nell’ambito dei trasporti e della sanità con l’obiettivo di riempire le lacune del governo. Per esempio, la tunisina BeThree, nata dall’idea di tre studenti di ingegneria, è riuscita a sviluppare un bracciale intelligente in grado di rilevare bruschi cambiamenti del battito cardiaco e della pressione in modo da prevenire eventuali attacchi di cuore. Pochi mesi fa, il Wonka Lab di Los Angeles, un’azienda per la promozione delle start-up, ha offerto il suo aiuto ai ragazzi di BeThree per “sviluppare il prodotto per il mercato americano”, come racconta uno di loro.

A Casablanca, la start-up di car sharing Carmine cerca di aiutare giovani professionisti che non possono permettersi un’auto tutta loro. Disponendo di un buon numero di stazioni in città, l’azienda sta pensando a un’espansione in altri centri urbani del Marocco. In Egitto, Bassita (la parola araba per “semplice”) ha trovato un modo innovativo per fornire accesso all’acqua potabile a più di un migliaio di case.

A prescindere dal Paese o dal settore d’azione, le start-up di oggi sono però molto vulnerabili a causa della loro forte dipendenza dagli investimenti privati, che a volte scoraggia i finanziatori, soprattutto esteri. Tuttavia, le start-up giocheranno un ruolo cruciale nell’economia futura di questi Paesi. Per il momento, hanno già attirato abbastanza attenzione da ottenere una regolamentazione delle condizioni fiscali migliori per il loro sviluppo da parte dei governi.

Ben Hamadi Zouhour è professoressa presso l’École de Management de Normandie.

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