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La sindrome della negazione di Baghdadi

Di Hussein Ibish. Now Lebanon (13/08/2014). Traduzione e sintesi di Alessandra Cimarosti.

Una delle caratteristiche più allarmanti delle risposte arabe alla crescita dell’ISIS, è un persistente modello di negazione nevrotica che assume la forma di teorie complottiste e altre fantasie d’evasione. Ma scappare dalla verità renderà più difficile comprendere da dove viene l’ISIS, come ha fatto ad assumere tanto potere in così poco tempo e come lo si può affrontare.

Una delle illusioni più persistenti e diffuse è che l’ISIS non sia emerso di fatto dalle comunità sunnite in Iraq e Siria, nel corso delle guerre dello scorso decennio, ma che sia una creatura dei servizi di intelligence come la CIA o il Mossad israeliano. Un numero straordinariamente ampio di arabi, musulmani e altri ancora sembrano essersi rifugiati nelle teorie del complotto. Chiamiamola la “Sindrome di negazione di Baghdadi”.

La più stravagante delle versioni che circolano sul web sostiene che il leader dell’ISIS e “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi sia un attore ebreo, chiamato Elliot Shimon, o qualcosa del genere. Tale Shimon avrebbe avuto un addestramento di un anno nel Mossad in varie discipline, comprese teologia e retorica. Anche chi non sostiene questa versione ritiene che Baghdadi e l’ISIS siano in qualche modo, imposizioni straniere sul paesaggio sociale e politico sunnita della Siria e dell’Iraq. In un certo senso, questo pensiero riflette un impulso positivo. C’è infatti il desiderio di rifiutare Baghdadi e l’ISIS e di non accettare il fatto che tali malfattori possano essere prodotti da elementi delle società siriane e irachene sotto pressioni estreme. Così come per le teorie complottiste arabe e musulmane dell’11 settembre, invece di produrre una seria introspezione, ci si dà alla teoria della cospirazione e al terrore nei confronti della verità. E infatti, la verità è terrificante. La realtà è che Baghdadi e l’ISIS non sono prodotti della CIA o del Mossad. Sono cresciuti e hanno guadagnato potere nel cuore del mondo arabo sunnita, di conseguenza, possono essere riconosciuti come riflesso di una profonda crisi nella cultura e nelle gerarchie della morale e dei valori religiosi di queste società.

Di sicuro Baghdadi e l’ISIS non avrebbero riscosso tanto successo senza la mal concepita e disastrosa invasione e occupazione americana dell’Iraq un decennio fa; così come non avrebbero avuto tanto potere senza le politiche di Bashar al-Assad che li ha utilizzati per mostrare l’ISIS è più terribile di sé stesso, e di Nuri al- Maliki che con le sue politiche scandalosamente settarie e abusive, ha creato lo spazio per l’ISIS per operare con successo all’interno delle comunità sunnite in Iraq. Se non sono responsabili tutti gli iracheni, non si può nemmeno discolpare l’intera comunità. Senza sostegno significativo da parte del pubblico, l’ISIS non avrebbe ottenuto il controllo in tanti territori.

È chiedere troppo voler sapere perché le persone non scendono in campo contro questi selvaggi quando loro hanno i fucili e molti altri no? Forse. Ma non sembrano esserci segni reali che facciano apparire le comunità colpite, o addirittura sconvolte dagli abusi dell’ISIS contro i propri vicini.

Finché ci sarà un modo di incolpare gli altri – la CIA, il Mossad, le teorie del complotto, l’implicazione degli USA, dell’Iran, di Assad o Maliki, ponendo attenzione sul contesto nel quale l’ISIS è cresciuto più che sulla sua ascesa – il vero significato e l’impatto dello Stato Islamico sarà negato. Non si può non guardare l’ondata di questi estremisti senza farsi due domande sulla salute culturale e morale delle comunità sunnite musulmane. Deve essere la manifestazione di una profonda crisi e tale crisi non può essere analizzata fino a che non sarà accettata come un fatto e non può essere affrontata se non viene prima analizzata. E tutto ciò significa che il respingere l’ISIS e fanatici simili è, nella migliore delle ipotesi, ritardato o inefficace. Lo Stato Islamico dovrebbe esserne felice. Non si può trovare nulla di meglio per facilitare la continuazione della propria serie di successi della Sindrome della negazione di Baghdadi.

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Alessandra Cimarosti

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