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La repressione delle libertà fondamentali nella Turchia di Erdoğan

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Di Muhammad Nour El-Din. As-Safir (05/03/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

In una notifica emanata dal ministro della Giustizia turco, Bekir Bozdağ, si evidenzia che il numero delle accuse presentate dal presidente della repubblica, Recep Tayyeb Erdoğan, alla Corte Costituzionale si aggira intorno a 1845. Tra queste, figurano i nomi di parlamentari e leader politici, ma soprattutto di giornalisti e comuni cittadini. L’accusa è quella di umiliazione della figura stessa del presidente. Proprio con tali querele il leader turco ha raggiunto livelli da record che nessun altro presidente, re o paese al mondo abbia mai conosciuto.

Tuttavia, il punto di rottura tra il presidente Erdoğan e i critici politici, giornalisti o comuni cittadini è da ricercare nella decisione emessa dalla Corte Costituzionale circa l’arresto che ha visto coinvolto il direttore della rivista Cumhuriyet, noto scrittore e regista cinematografico, Can Dündar, e il direttore dell’ufficio del giornale con sede ad Ankara, Erdem Gul. La Corte condanna la loro detenzione come una violazione del diritto di esercitare la propria professione.

È necessario ricordare che l’accusa rivolta dal presidente Erdoğan ai due era quella di spionaggio e tradimento, in seguito alla divulgazione, alla fine dello scorso maggio, di un documentario, prodotto da Dündar, relativo al trasferimento di armi e missili in Siria. In quell’occasione il presidente turco aveva riferito: “I due pagheranno un duro prezzo. Non lascerò che restino impuniti”, sollecitando la magistratura ad intervenire. Così, in seguito alla vittoria riportata dal Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) alle elezioni del primo novembre scorso, è stato emanato l’arresto per Dündar e Gul con l’accusa di spionaggio e tradimento. Dopo novanta giorni di prigionia presso il carcere di Silivri a Istanbul, la Corte Costituzionale ha chiesto il rilascio di entrambi, sottolineando come la loro detenzione abbia violato i diritti della professione di giornalisti. Questo però non decreta la loro innocenza, bensì l’inizio di un processo senza lo stato di fermo.

Da notare la reazione immediata di Erdoğan il quale ha dichiarato: “Io non ammetto tale decisione, non l’accetto e non l’applicherò”, accusando il giudice supremo, Zuhdi Arsan, di far parte di uno Stato Parallelo. Quest’ultimo ha quindi insistito sull’indipendenza della Corte da qualsiasi influenza, evidenziando che le sue decisioni sono vincolanti per tutti. Un’affermazione condivisa tra l’altro anche dall’ex vice primo ministro e compagno di Erdoğan, Bülent Arinç, suscitando la sorpresa di molti.

L’accaduto ha avuto una forte eco presso i media di Erdoğan, accennando alla possibilità di eliminazione della Corte Costituzionale, in quanto non vi può esistere un potere superiore a quello del presidente della repubblica. Tali affermazioni ignorano la divisione dei poteri propria di un sistema democratico.

Can Dündar “ha ringraziato” a suo modo il presidente Erdoğan: senza la sua condotta nessuno si sarebbe reso conto della repressione delle libertà che avviene in Turchia, e ha descritto la decisione della Corte nei termini di “sconfitta” per il presidente. Ma il leader turco non ha accettato la sconfitta e ha iniziato una vera e propria guerra di annientamento delle libertà. Ne è derivato il sequestro del più importante giornale turco d’opposizione, Zaman. La decisione ha interessato anche tutti i giornali, riviste e agenzie del gruppo mediatico FEZA, tra cui l’agenzia di stampa Ceyhan e Today’s Zaman, insieme alla famosa rivista settimanale Axion e decine di altre versioni diffuse in numerose capitali mondiali, nel Caucaso, nella Penisola Balcanica e in Asia Centrale. L’attacco al giornale Zaman e altre riviste simili è stato denunciato come una violazione della libertà di espressione in Turchia, che conduce il paese verso una dittatura aperta.

Sono seguite svariate dichiarazioni, da parte dell’Assemblea dei Diritti Umani ad Istanbul, del Partito Popolare Repubblicano o dell’Iniziativa delle libertà di pensiero, formata lo scorso due marzo ad Ankara volte a denunciare la repressione delle libertà di stampa in Turchia e a render noto la trasformazione del Paese in uno stato guidato da leggi marziali dove il governo mette a tacere ogni forma di dissenso.

Dure anche le parole dell’eminente scrittore, Hasan Cemal, quando afferma: “L’obiettivo di Erdoğan si esprime nel governo di un solo uomo. Con lui non vi è alcuna possibilità di indipendenza o di pace”.

Muhammad Nour El-Din è uno scrittore libanese, ricercato e specialista del contesto turco.

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Roberta Papaleo

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