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Proliferazione dei movimenti sociali in Tunisia, le autorità fanno orecchie da mercante

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Al Huffington Post Maghreb (26/05/2015). Traduzione e sintesi di Ismahan Hassen.

Molti sono stati gli scioperi e le proteste sociali che si sono moltiplicate in Tunisia nelle ultime settimane. La magistratura, l’amministrazione, gli ospedali, i principali attori economici del Paese, tutti hanno messo in atto un movimento di protesta che non ha mai avuto precedenti negli ultimi anni. Dopo la rivoluzione, l’espressione “karama wataniya”, ossia “dignità nazionale”, ha rappresentato lo slogan più utilizzato solleticare le orecchie delle élite politiche, dei governi che si sono susseguiti (sei in tutto) e che hanno regolarmente promesso di dare la priorità allo sviluppo socio-economico del Paese.

Più di 106 sono stati gli scioperi registrati dall’inizio dell’anno dal ministero degli Affari Sociali. Culla storica della protesta tunisina è rappresentata dalla zona mineraria di Gafsa dove numerosi gruppi di disoccupati hanno bloccato la produzione di fosfati nelle fabbriche e nelle miniere della Gafsa Phosphate Company. Sostenuti da gran parte della popolazione della zona, compresi i dipendenti della sede della società che hanno iniziato uno sciopero di solidarietà terminato lo scorso 26 maggio, i disoccupati continuano invece a chiedere un maggiore e reale sviluppo della regione e non il semplice sfruttamento delle sue risorse.

Mentre a Gafsa non c’è acqua potabile e persistono problemi sanitari e danni ambientali, lo Stato e l’amministrazione tunisina continuano ad essere completamente assenti.

La situazione non migliora neppure poco più a sud, nel governatorato di Kebili, dove la violenza è esplosa nei primi di maggio, tra manifestanti che hanno dato fuoco ad una sede della Guardia Nazionale, e le forze di polizia. Da allora, la popolazione ha bloccato la produzione di due pozzi di petrolio (su quindici) presenti nella regione. Le richieste avanzate dagli abitanti del governatorato non differiscono quasi per nulla da quelle della popolazione di Gafsa. Esse consistono principalmente nella richiesta di: più aiuti allo sviluppo per le regioni interne, e un vero e proprio riconoscimento della condizione dei giovani nel mercato del lavoro.

Tra i manifestanti e il governo non sembra però esserci la stessa lunghezza d’onda. Mentre il primo ministro, Habib Essid, ha definito tali episodi come: “Un approccio sbagliato le cui implicazioni sono molto gravi”, e l’entourage politico si è dimostrato unito sotto la sua definizione degli eventi, il presidente di Ennahda, Rachid Ghannouchi, ha invece invitato alla “moderazione” e ricordato il diritto dei manifestanti ad avviare degli scioperi “a condizione che essi siano responsabili e non pregiudizievoli per gli interessi della Nazione”.

Tenendo in considerazione il fatto che Tunisia sta vivendo, dopo la rivoluzione del 2011, una grave crisi economica, i manifestanti e gli scioperanti sono stati così invitati a non inibire ulteriormente la ripresa dell’economia tunisina con i loro scioperi a volte considerati “anarchici” e “selvaggi”.

Queste considerazioni, non sembrano però riuscire a dissuadere gli scioperanti dal voler portare avanti le loro proteste.  Se le autorità chiedono regolarmente spazi per il dialogo e la negoziazione, da parte loro, gli scioperanti e manifestanti non pensano di fare un passo indietro senza una concreta manifestazione dell’impegno professato verbalmente dal governo.

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Roberta Papaleo

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