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Patrimonio. Tattoo you.

Di Meryem Saadi. Tel Quel (19/11/12). Traduzione di Alessandra Cimarosti.

Il tatuaggio ha sempre fatto parte della cultura marocchina. Anche se si pratica sempre di meno…

“La storia dei marocchini non è scritta su un pezzo di carta, ma è tatuata sulla pelle delle donne da secoli, come se fosse una pergamena. Purtroppo, l’abbiamo dimenticato”. Questo è quanto ha affermato Lahcen Zinoun, produttore del nuovo film “Femme écrite” (“Donna scritta”), in uscita nelle sale cinematografiche, questa settimana, che affronta il rapporto del corpo della donna marocchina con il tatuaggio. Una tradizione ancestrale che risale a secoli fa e che oggi è considerata dalla maggior parte dei marocchini folklore locale e non come una vera e propria parte della loro storia e della loro identità.

Oggi, il tatuaggio tribale marocchino è quasi scomparso del tutto. Nella grandi città, non si pratica più e in contesti rurali, esiste solo nelle regioni più remote, molto spesso nei villaggi dell’Atlas. Un patrimonio che si sta perdendo, patrimonio che aveva affascinato tanto i ricercatori francesi all’inizio del protettorato, quanto gli scrittori e i ricercatori marocchini negli anni ‘70 e ‘80 (come Abdelkebir Khatibi e Mohamed Sijilmassi).

Popolo scritto.

Contrariamente a quanto si crede, il tatuaggio in Marocco non è una specificità delle tribù amazigh, al contrario. Le tribù arabe che si sono dovute integrare in una società marocchina che aveva già riti e tradizioni ben ancorate, hanno cominciato gradualmente a farsi tatuare, unicamente nella parte anteriore del corpo, come gli amazigh. “Si pensa spesso a torto, che le tribù arabe erano contro i tatuaggi, perché considerati haram (proibiti). Il Corano non ne parla, sono gli hadith che li disapprovano. Per questo si sono adattati a questa eredità preislamica in Marocco” spiega Lahcen Zinoun. Ma ci sono differenze tra i tatuaggi delle tribù amazigh e delle tribù arabe? Sembrerebbe di si. Sulla base delle ricerche antropologiche francesi durante il protettorato, pare che “i tatuaggi per le tribù arabe sono sempre stati più semplici, mentre invece quelli berberi sono più vari e dettagliati: composti da croci, punti, archi di cerchi che formano combinazioni all’infinito”. Anche le aree del corpo sono diverse. Secondo i lavori del dottore francese J. Herber che ha pubblicato vari articoli sui tatuaggi marocchini tra il 1930 e il 1950, sulla rivista Héspéris (consacrata allo studio del Marocco, della sua società, della sua storia e della sua cultura), “gli arabi normalmente fanno tatuaggi sul lato destro, mentre i berberi scelgono il lato sinistro”. Una differenza che nessuno è riuscito a spiegare fino ad oggi.

La mia tribù, il mio tatuaggio.

Il tatuaggio più frequente tra i marocchini e le marocchine? Il segno di appartenenza alla propria tribù o regione. Le donne generalmente lo fanno all’altezza del mento, mentre gli uomini o sull’avambraccio o sulle mani (dorso, dita ecc.). Il tatuaggio permette ai membri di una stessa tribù di riconoscersi e di definire dunque un legame tra i membri di un determinato gruppo che si differenzia da altri clan o famiglie. “Il tatuaggio in Marocco va di pari passo con la struttura tribale che è stata, per molti secoli, la base dell’organizzazione rurale del paese, cioè il suo valore sociale, culturale e psicologico” analizza George Marcy, ricercatore specializzato nei tatuaggi dell’Africa del Nord, nella rivista “L’Histoire des Religions” del 1930. In alcuni casi, il tatuaggio poteva avere anche un carattere religioso, come ha rivelato il dottore Herber nelle le sue ricerche, dichiarando che il tatuaggio veniva fatto da una tatuatrice, dopo la consacrazione.

Moroccan beauty.

Gli altri significati dei tatuaggi marocchini sono molteplici. Per la donna marocchina hanno sempre avuto una funzione estetica. Alcuni motivi erano utilizzati per camuffare o ridurre le imperfezioni del corpo o del viso. Per il dottore Mohamed Sijilmassi, nella sua opera “Les arts traditionnels au Maroc” pubblicata nel 1974, “il tatuaggio è un mezzo per sedurre per le donne marocchine, così come il trucco per le donne occidentali”. La hamaka, un motivo ben specifico, è destinata alle donne considerate molto belle da parte delle anziane del villaggio o della tribù. Queste donne scelgono il motivo e la posizione, accordandosi con le tatuatrici.

Il tatuaggio poteva anche avere una funzione terapeutica o piuttosto preventiva, sia per gli uomini che per donne e bambini. Erano fatti in parti del corpo che dovevano essere curate o protette dalla malattia. Il tatuaggio aveva anche una funzione magica, in quanto considerato come un amuleto per il malocchio e un porta fortuna. È per questo motivo che alla pubertà, le giovani ragazze erano tatuate, per essere protette dalle forze del male. I tatuaggi quindi avevano funzioni interessanti che oggi purtroppo, sono state dimenticate.

“Spero dal profondo del mio cuore che Femme écrite permetterà ai marocchini di rendersi conto che i tatuaggi sono una parte del patrimonio che è stata ingiustamente gettata nello oblio. È ora di realizzare che siamo una società che tende a dimenticare la propria memoria”, conclude il produttore.

Profilo. Disegnami una tatuatrice.

Diversamente dall’Algeria e dalla Tunisia, in Marocco i tatuaggi erano esclusivamente realizzati da donne. “Le tatuatrici trasmettono spesso la loro professione di madre in figlia, sia nel nord che nel sud del Marocco. Se non hanno figlie lo fanno con le nipoti, trasmettono loro il proprio ago e per completare il loro apprendistato, le invitano a presentarsi alla tomba del santo dove erano state loro stesse, prima di darsi al tatuaggio” scrive Herber, nel 1948, in Héspéris. Un sapere che si trasmette dunque da generazione in generazione, in ogni tribù del paese. Spesso tessitrici o fabbricanti di tappeti utilizzano gli stessi motivi nel loro lavoro quotidiano. Alcune tatuatrici celebri per il loro talento e la loro tecnica, erano chiamate da parte delle tribù vicine. Facevano dei piccoli tour nei quali tatuavano più persone in ogni villaggio. Per tatuare utilizzavano il coltello o gli aghi, a seconda della dimensione e della forma del tatuaggio. Utilizzavano ugualmente un gran numero di piante naturali come l’henné, lo zafferano o l’orzo per disinfettare la pelle, dare colore al tatuaggio o ancora aiutare la pelle a cicatrizzare.


Alessandra Cimarosti

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