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Nessuno può prevedere come evolverà il dramma dello Yemen

Di Mohammad al-Rumaihi. Gulf News (24/01/2015). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

Sono sempre i vincitori a scrivere la storia, eppure quello che sta succedendo in Yemen insegna il contrario: si può vincere, ma non scrivere l’ultimo capitolo.

La sera di mercoledì scorso, Abdel Malek al-Houthi, auto-nominatosi capo delle milizie Houthi, precedentemente basate nel nord dello Yemen, ha occupato la televisione nazionale. Per un’ora e mezza ha spiegato perché stava progettando un colpo di Stato contro il legittimo potere politico del Paese. Nel frattempo le sue milizie davano la caccia ai funzionari per le strade di Sana’a e circondavano la residenza del Presidente, Adb Rabbo Mansur Hadi, il quale giovedì sera si è dimesso.

È possibile individuare cinque miti che attualmente guidano la condotta politica degli Houthi. Il primo è la convinzione di poter controllare lo Yemen da soli – cosa impossibile in quanto siamo di fronte ad un Paese con una società tribale ed una geografia impervia. Le tribù delle montagne difficili da controllare e possono costituire una minaccia per qualsiasi autorità centrale, qualora percepiscano che questa si sta approfittando di loro. Ecco perché gli Houthi possono esercitare un’autorità reale solo su Sana’a e non su tutto il Paese. Fuori della capitale il potere si instaura tramite accordi, non con la forza.

Il secondo mito è mantenere l’unità dello Yemen. Quello che gli Houthi stanno facendo in questo momento, tuttavia, porterà alla rottura del Paese. Nel suo lungo discorso alla televisione, Abdel Malek al-Houthi ha cercato di “dare qualche carota” agli abitanti del sud, i quali però sanno che in passato gli Houhti hanno già rotto le loro promesse. In altre parole, se le cose vanno avanti così, il Paese potrebbe precipitare nella guerra civile e dividersi in più di tre entità geografiche o tribali.

Il terzo mito riguarda la ripresa economica. Lo Yemen si basa principalmente su donazioni straniere e sulle rimesse dall’estero, specie dal Golfo. Se gli Houthi saliranno al potere, dovranno far fronte al boicottaggio economico da parte dei Paesi vicini e agli embarghi internazionali, che potrebbero prosciugare il gettito dei lavoratori yemeniti. In sostanza il Paese potrebbe impoverirsi, il che basterebbe a provocare una sollevazione sociale.

Il quarto mito consiste nel servire gli interessi dell’Iran, con particolare riferimento al controllo dello stretto di Bab al-Mandab. Ciò può costare caro a Teheran, andando a gravare su un’economia già sofferente. L’Iran può sì mettere in difficoltà il Golfo e il mondo alleandosi con gli Houthi, ma i benefici sarebbero pochi.

Il quinto e ultimo mito è credere di poter alterare la pace nei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), ma questo è lontano dalla realtà. Il CCG sta affrontando diverse tempeste, provenienti dall’Iraq, dalla Siria e anche dall’Iran, eppure sopravvive perché è solido internamente. I leader sono in armonia coi rispettivi popoli ed è questo che conta.

Ciò che gli Houthi hanno ottenuto dal presidente, il quale messo all’angolo ha ceduto alle loro richieste (prima di dimettersi), è temporaneo. Se non cambiano direzione, lo Yemen potrebbe subire lo stesso destino della Somalia, abbandonata dal resto del mondo ad affrontare povertà e guerre civili per un quarto di secolo.

In questo momento nessuno può prevedere come evolverà il dramma dello Yemen, ma quello a cui stiamo assistendo a Sana’a sono sabbie mobili miste a molto sangue.

Mohammad al-Rumaihi è professore di Sociologia Politica presso la Kuwait University.

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Cristina Gulfi

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