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La musica sulle parole di Mahmoud Darwish

Mahmoud Darwish

Oggi, 75 anni fa, nasceva ad al-Birwa, un paesino della Palestina, vicino ad Acri, Mahmoud Darwish, uno dei più grandi poeti arabi di tutti i tempi. La bellezza dei suoi versi, nonché il loro contenuto di impegno nella lotta palestinese, l’hanno giustamente consacrato a simbolo in carne ed ossa contro la repressione, a favore della dignità di un popolo che ha sete di giustizia.

Negli ultimi anni il poeta palestinese ha attirato, finalmente, l’attenzione anche dell’Europa e, nonostante le traduzioni delle sue opere in italiano siano poche e in alcuni casi difficilmente reperibili, ho notato un interesse crescente verso la sua produzione, tanto che a dicembre 2015 è stato pubblicato dalla casa editrice Misogea la raccolta “Il giocatore d’azzardo”, mentre l’anno precedente la Feltrinelli ha pubblicato un’antologia che raccoglieva alcuni suoi brani in prosa. Inoltre, esattamente due anni fa in Italia, è stata organizzata sempre per festeggiare il compleanno del poeta, “Poesie contro l’oblio”, una giornata di reading e spettacoli in suo onore, la cui attività hanno coinvolto ben 12 città della nostra penisola.

Per fare gli auguri al poeta palestinese oggi, ho deciso di allontanarmi leggermente dalla sola letteratura e svalicare in un ambito un po’ diverso. Vorrei infatti parlarvi di un fenomeno che mi ha sempre molto affascinato della poesia araba e cioè la tendenza a musicare i versi. Sono moltissimi gli esempi di canzoni che hanno testi presi da poesie di autori famosi in arabo, in particolare poesie d’amore o che hanno un forte contenuto politico. Grazie alla musica viene celebrata la già evidente musicalità della poesia e della lingua araba, permettendo anche alla memoria di fissare meglio le parole. Le poesie, così, diventano inni, conosciuti, identificabili, che grazie alla potenza delle parole trascinano le folle.

Per quanto riguarda Darwish, uno dei più grandi compositori e cantanti del mondo arabo, Marcel Khalife, si è impegnato in questa impresa, musicando tantissime sue poesie. Il compositore, cantante e suonatore di oud, un tipo di liuto arabo, ha scritto un album quasi unicamente con le sue parole e lo ha intitolato “Suqut al-qamar”, la caduta della luna. È stato pubblicato recentemente, nel 2012, quando purtroppo Darwish era già morto, nel 2008, per complicazioni durante un’operazione al cuore. I due si conoscevano bene e circolano numerosi aneddoti sulla loro collaborazione. Tra le poesie di Darwish più famose musicate da Khalife ci sono “Rita e il fucile”, “Passaporto” e “Mia madre”.

Dato il forte contenuto politico delle poesie di questo autore, alcuni cantanti le hanno rese proprie applicandole alla loro situazione. Questo è il caso di Emel Mathlouthi, la cantate tunisina ribattezzata  la “Fairuz della sua generazione” e la “Voce della primavera araba” . Ha scritto la musica per la poesia “Le mie parole sono libere” nel 2009 e per questo è stata forzata a lasciare la Tunisia. Ma con la Rivoluzione dei Gelsomini, proprio quella sua canzone, prima vietata, è diventata l’inno delle proteste contro Ben Ali.

C’è poi anche Shadia Masour, nata in Inghilterra da genitori palestinesi. Si definisce come parte dell’Intifada musicale e i testi delle sue canzoni hip hop sono tutti impegnati nella causa palestinese. Per lei, quindi, la scelta di trasformare una poesia di Darwish in canzone era proprio come suggellare la sua vocazione di paladina. Per farlo ha scelto “Su questa terra”, una delle poesie più affascinanti del nostro autore.

Non solo cantanti arabi, però, si sono ispirati alla produzione di questo grande autore, simbolo della sua terra. Infatti, si è cimentato in questa impresa anche un gruppo italiano, i Rebis, composto da Alessandra Ravizza e Andrea Megliola. Ho avuto l’onore di conoscerli a Genova, mentre studiavo lì, e sono rimasta folgorata dalla sensibilità delle loro canzoni, che mescolano italiano, francese e arabo. Ebbene loro hanno deciso di includere nel loro nuovo album “Qui”, che uscirà a breve, una canzone intitolata “Partoriscimi di nuovo”, tratta dalla poesia omonima tradotta da Lucy Ladikoff, ma non ancora pubblicata. La fusione delle parole, con la voce trascinante di Alessandra accompagnata dalla chitarra di Andrea mi ha letteralmente fatto venire la pelle d’oca e non hanno nulla da invidiare alle versioni arabe di cui vi ho parlato prima.

Che siano hip hop o jazz, in arabo o in italiano, le parole di Mahmoud Darwish rimarranno per sempre immortali.

Buona lettura e buon ascolto!