Arabia Saudita Iran Zoom

Medio Oriente, gli Iraniani sono andati troppo lontano?

di Antony Samrani, L’Orient-Le Jour  (19/09/2019) Traduzione e sintesi di Katia Cerratti

Giocare con il fuoco è un’arte che gli iraniani padroneggiano alla perfezione. In altri tempi, in altre circostanze, gli attacchi agli impianti petroliferi in Arabia Saudita, attribuiti dagli Stati Uniti a Teheran, sarebbero stati considerati una dichiarazione di guerra che probabilmente avrebbe trascinato il paese e i suoi alleati in un conflitto diffuso. Parliamo di un attacco che ha colpito il cuore economico del principale esportatore di petrolio nel mondo, che è anche un alleato strategico degli occidentali.

Probabilmente non ci sarà risposta adeguata a questa aggressione. E per una buona ragione: lungi dall’essere un atto guidato dall’arroganza, una provocazione di troppo di cui Teheran non avrebbe misurato la portata, gli attacchi contro i siti di Aramco rispondono a un piano perfettamente calcolato in cui Teheran ha molto più da guadagnare che da perdere.

L’attacco è sufficientemente firmato per inviare un messaggio forte sia all’Arabia Saudita che agli Stati Uniti. Ma allo stesso tempo, è abbastanza confuso perché l’Iran possa affermare che non ha nulla a che fare con esso e mettere in discussione la legittimità di un atto di rappresaglia. L’attacco è stato rivendicato dagli Houthi, che hanno una relazione sempre più stretta con Teheran. Ma esperti e fonti militari a Washington e a Riad, affermano che gli attacchi provengono dall’Iraq, dove le milizie sciite filo-iraniane si stanno costantemente rafforzando, oppure dall’Iran.

Gli iraniani giocano sulla confusione. Sottolineano il ruolo degli Houthi, che avrebbero agito come attori indipendenti in risposta all’intervento saudita in Yemen, compiacnedosi e  e celebrando l’umiliazione subita dal loro grande rivale. Gli attacchi di sabato sono stati un “avvertimento” dei ribelli yemeniti a Riyad, che farebbe bene a trarne “lezioni”, ha dichiarato ieri il presidente Hassan Rohani, in un perfetto mix di provocazione e sdoganamento.

Le operazioni contro i siti di Aramco hanno un triplice obiettivo: sferrare un gran colpo contro l’Arabia Saudita; minacciare la sicurezza e la stabilità dei flussi di petrolio in risposta alla massima pressione esercitata dagli Stati Uniti sull’Iran; testare i limiti della strategia americana. Teheran ne esce rafforzato e a un costo inferiore. L’Arabia Saudita sembrerebbe isolata. Gli europei si accontentano di condanne minime, volendo evitare a tutti i costi un conflitto generalizzato. Gli Americani danno la sensazione di navigare a vista, tra il loro obbligo di indossare il costume da gendarme internazionale e la volontà del loro presidente di liberarsi della regione.

I leader iraniani scommettono che Donald Trump non coinvolgerà il suo paese in una nuova guerra in Medio Oriente e infatti, sia le sue dichiarazioni che i suoi indugi dopo il week end, danno loro ragione.

 Il presidente degli Stati Uniti sa che un conflitto con l’Iran potrebbe fargli perdere le elezioni presidenziali del 2020, soprattutto perché potrebbe causare una grave crisi petrolifera. Per il momento si è limitato ad annunciare un rafforzamento delle sanzioni contro l’Iran, una misura tutto sommato simbolica e poco dissuasiva per Teheran. Il regime risponde con una graduale e controllata escalation  proprio perché le sanzioni ripristinate dal presidente degli Stati Uniti nel maggio 2018 hanno danneggiato l’economia iraniana. L’Iran non può impegnarsi in combattimenti corpo a corpo con gli Stati Uniti, ma può stimolarlo per incoraggiarlo a cambiare politica. Nel peggiore dei casi, gli americani risponderanno con un’azione militare limitata che non metterà in pericolo la sopravvivenza del regime e farà invece il gioco della propaganda dei duri in Iran. Nel migliore dei casi, lasceranno andare la zavorra nella loro volontà di strangolare l’Iran per consentire alla diplomazia di riguadagnare i suoi diritti. La strategia dell’Iran comporta anche un rischio significativo: quello di un’escalation incontrollata che potrebbe essere fatale per il regime. La presenza forzata di milizie iraniane in tutta la regione, con  il rischio di scontri che essa implica, può tuttavia essere percepita come un fattore che dissuade gli americani dall’andare troppo lontano.

Attraversare le linee rosse, giocare con i nervi degli suoi avversari, mantenere la confusione, sfruttare le zone d’ombra della strategia dei suoi nemici, tutto questo per condurre un’azione in cui il rischio vale ampiamente la candela: la tattica non è nuova. Il regime siriano l’ha utilizzata a più riprese negli ultimi anni ricorrendo all’arma chimica, nonostante la linea rossa stabilita dagli occidentali. Conosciamo il resto della storia …

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Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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