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L’epidemia mette a nudo l’assurda geografia economica delle città arabe

L’affollamento dei quartieri marginalizzati trasforma questi spazi in focolai di covid-19 e annulla ogni possibilità di contenimento del virus.

di Muhammad Hamad, al-Arab, (08/07/2020). Traduzione e sintesi di Francesca Paolini

Il Cairo

Com’è noto il coronavirus è riuscito a far luce sulle disparità sociali ed abitative delle città come niente aveva mai fatto prima.  Gran parte degli abitanti delle zone urbane dell’Asia e dell’Africa vive in quartieri poveri ed insediamenti informali, caratterizzati da spazi limitati e carenza di servizi pubblici, che si sono trasformati in ambienti fertili per la diffusione del virus.

La Banca Mondiale ha di recente messo in guardia le città dall’aumento della densità demografica, in particolar modo all’interno degli insediamenti informali; l’avvertimento si estende anche a diverse città arabe, prima tra tutte il Cairo, che risulta la città più densamente popolata con circa 50 mila abitanti per kilometro quadrato, seguita da Riyad, poi Baghdad e Khartum che si classifica al quarto posto. 

Per anni le capitali e le maggiori città si sono sviluppate a spese delle restanti zone del paese, consolidando l’idea della migrazione interna dalla campagna ai centri urbani, come unica via per ottenere un’occupazione e condizioni di vita migliori.  La pressione demografica è stata però tale da costringere i governi a diffondere la cultura della migrazione inversa, quella dalle città alle campagne, ovvero verso quelle zone svantaggiate oggi sottoposte a programmi ed opere di riqualificazione. A tal fine la Banca Mondiale, sotto lo slogan “Costruire un futuro equilibrato” invita i governi a costruire nuove realtà che permettano di correggere gli squilibri dell’attuale geografia economica.

Da Jackson Heights al Cairo

La crisi attuale che richiede urgentemente una rinnovata gestione della geografia economica trova espressione nella storia del quartiere Jackson Heights dove la linea 7 della metropolitana di New York collega da più di cent’anni i quartieri più poveri e quelli della classe media al centro di Manhattan, nell’Upper West Side. In tempi normali il treno trasporta circa 500 mila persone al giorno verso l’enorme mercato del lavoro di New York; in 24 minuti la linea collega Roosevelt Avenue/74th Street di Jackson Heights a Times Square, passando per numerosi quartieri il cui gap per reddito medio annuo raggiunge i 78.000 dollari. 

Com’è noto, il vertiginoso aumento dei casi e dei decessi per covid-19 legato all’alta densità demografica ha costretto la città, lo scorso Marzo, alla chiusura totale. Come per New York, molte altre città del mondo hanno registrato una correlazione tra i casi di contagio e gli evidenti squilibri della geografia economica, essendo proprio le capitali e le città principali le prime per numero di contagi. Anche in città emergenti come il Cairo, Mumbai, Manila o Nairobi sono state imposte misure di chiusura su larga scala con diversi gradi di intensità e solo più tardi c’è stata una graduale riapertura delle attività. Ma la questione più complessa da gestire nonché la più pericolosa è stata un’altra: come garantire il rispetto  delle regole di distanziamento sociale in spazi limitati e nei servizi pubblici che costringono gli uni a stare accanto agli altri?

È sconcertante pensare al rischio d’infezione che può crearsi nella città di Mumbai all’interno della baraccopoli di Dharvi che riunisce 68.400 persone in un’area che non supera il kilometro quadrato, nella totale assenza di servizi igienici all’interno degli alloggi. A questo stesso rischio è esposto un gran numero di abitanti nelle città asiatiche e africane, costretti a vivere in insediamenti informali dove la carenza di servizi pubblici, in particolar modo idrici e fognari, aumenta l’infettività.  Gli spazi limitati degli alloggi e la concentrazione di un alto numero di persone nei pochi servizi a disposizione della comunità rendono impossibile ogni forma di distanziamento sociale.

La mappa dei focolai

Muhammad Nasr, medico in un ospedale privato del Cairo, ricorda, in un’intervista per al-Arab, la storia di un ragazzo sulla trentina d’anni che risultò positivo al covid-19 dopo aver mostrato sintomi di eccessiva stanchezza; al momento in cui il dottore gli prescrisse l’isolamento, il ragazzo disse di abitare in un appartamento a el-Basatin, quartiere popolare nella zona sud del Cairo, con la sua famiglia composta da dieci persone, tutte con gli stessi sintomi. Questo episodio non è purtroppo un caso isolato, bensì la norma per migliaia di famiglie che, in fuga dalla povertà e marginalità delle campagne, si sono riversate nell’inferno delle baraccopoli.

L’urgenza di riorganizzare la geografia economica è provata anche dalla frana che colpì nel 2008 il quartiere popolare Duwika, che causò la morte di 100 persone, tra cui 82 famiglie scappate dal governatorato di Fayoum in cerca di una vita migliore al Cairo. Queste, a seguito dell’aumento degli affitti, si trovarono costrette ad insediarsi nella pericolosa zona di Duwika tra le braccia del monte Muqattam, nonostante fossero a conoscenza della serie di frane e tragici incidenti che si sono susseguiti nel quartiere a partire dagli anni settanta.

La riqualificazione di queste particolari zone richiede delle capacità finanziarie superiori alle risorse delle città, quindi è necessario stanziare i fondi pubblici tra l’avversione delle società immobiliari private che, seguendo la sola logica del profitto, non trovano  conveniente edificare in tali aree. Secondo l’immobiliarista Samir Arif la pandemia non dà altra scelta ai governi se non ricollocare gli abitanti delle zone sovrappopolate in nuove città in cui siano garantiti alloggi a prezzi economici adatti per le classi a basso reddito, alla luce della difficile partecipazione del settore privato in opere di riqualificazioni degli stessi insediamenti informali.

Uno studio condotto da Somik Lall, capo delle economie e politiche di trasporto della Banca Mondiale, dimostra come la geografia economica sia una delle basi per sostenere i sindaci nella lotta alla pandemia. A tal proposito la Banca Mondiale ha lanciato la campagna “Conosci la tua città”, con lo scopo di migliorare le capacità di previsione di possibili focolai e individuare quelli già formatisi, nelle città asiatiche e africane, in particolar modo negli insediamenti informali. Sono già stati individuati focolai in 15 città diverse, che saranno pertanto supportate nelle operazioni di contenimento del virus e di protezione delle categorie più a rischio; si prevede inoltre l’ampliamento del quadro d’azione ad altre 30 città.

Secondo il barometro della Banca Mondiale un quarto degli abitanti del Cairo è a rischio contagio, mentre i tassi d’infezione registrati nella zona di Dar al-Salam, nella parte sud del Cairo, si sono raddoppiati fino a raggiungere il 74% della popolazione. Proprio queste valutazioni potranno essere d’aiuto ai sindaci impegnati ad offrire una risposta immediata alla crisi, i cui sforzi si sono finora canalizzati da un lato nella fornitura dei servizi idrici, igenico-sanitari e alimentari e dall’altro nella sensibilizzazione verso i rischi del covid-19 e le possibili strategie di adattamento.

La Banca Mondiale conferma l’efficacia di questo modello di cooperazione con le città, mentre a seguito della nuova cartina dei focolai l’Alta Commissione Ministeriale egiziana, incaricata della gestione della pandemia, sta discutendo un nuovo modello di gestione dei pericoli che colpiscono la capitale, tenendo conto proprio delle disparità abitative.

Secondo Nabila Tajir, professoressa di scienze sociali all’università Ain Shams del Cairo, la riqualificazione degli spazi sovraffollati deve necessariamente partire dal governo in collaborazione con gli immobiliaristi del settore privato; ricorda inoltre che il problema della densità demografica deriva proprio dalla mancanza di politiche pubbliche capaci di sfruttare le energie delle categorie più svantaggiate che si sono di conseguenza canalizzate nel settore informale. Queste realtà socialmente dimenticate divenute il target preferito del covid-19 hanno così riportato l’attenzione sull’urgente necessità di ristrutturare la geografia economica e rendere il tessuto urbano inclusivo e sostenibile per tutte le classi sociali.

I cinque punti della Banca Mondiale

La Banca Mondiale ha individuato cinque mosse necessarie per correggere gli squilibri della geografia e della gestione delle città:

  1. Porre l’attenzione sulle dimensioni dello spazio pubblico, sulla sua pianificazione e sulla sua distribuzione abitativa, garantendo la presenza di marciapiedi, parchi, piazze e servizi pubblici come biblioteche e centri sociali. Questo punto ha un’importanza particolare in quelle città emergenti dove la superficie degli alloggi è ristretta ma la dimensione delle famiglie è ancora grande.
  2. Modificare le rigide normative che, regolando la densità demografica, limitano il numero di immobili edificabili su un solo pezzo di terra. Si potrà così garantire una maggiore superficie edificabile per ogni individuo, attraverso un aumento dei piani e delle superfici.
  3. Stanziare finanziamenti per la costruzione di infrastrutture che garantiscano migliori condizioni di vita negli insediamenti informali.
  4. Garantire i diritti di proprietà terriera e immobiliare; senza la garanzia di questi diritti gli abitanti più poveri, siano essi proprietari o residenti negli insediamenti informali, non avranno nessun incentivo per migliorare le condizioni dei loro alloggi.
  5. Combattere l’inquinamento ambientale; le strade libere dai veicoli e la chiusura di strutture inquinanti che ha seguito la pandemia, ha concesso agli abitanti delle città dei paesi in via di sviluppo di osservare un cielo limpido e respirare aria pulita per la prima volta dopo decenni.  L’aria pulita che ha reso le città più vivibili e che sostiene la crescita del capitale umano è l’occasione per incoraggiare i cittadini ad utilizzare i mezzi pubblici al posto dei veicoli privati.

In proposito all’ultimo punto il governo egiziano ha già programmato l’ampliamento della metro del Cairo per ospitare 6 milioni di passeggeri al giorno entro il 2025, a fronte degli attuali 3.5 milioni di utenti e ha previsto sovvenzioni ai proprietari di autovetture per la conversione a gas naturale dei veicoli a benzina.

Per concludere, ciò che conta davvero è che tutti i pacchetti di incentivi adottati per gestire la pandemia non perdano l’opportunità unica di rilanciare l’economia, creare un futuro più sostenibile e ridurre gli impatti del cambiamento climatico; è questa oggi una delle sfide più grandi delle città arabe.

Muhammad Hamad è un giornalista egiziano.

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Redazione

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