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L’Arabia Saudita, il G20 e il petrolio

Di Abdulrahman al-Rashed. Asharq al-Awsat (15/11/2014). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti.

L’arrivo del principe Salman Bin ‘Abd Al-‘Aziz, erede al trono del Regno dell’Arabia Saudita, nella città australiana di Brisbane, per partecipare al vertice del G20, è stato preceduto da una tempesta di interrogativi e analisi sul futuro del prezzo del petrolio: si tratta di una guerra contro l’Iran e la Russia, o contro la produzione di greggio degli Stati Uniti o è semplicemente un altro capitolo del corso storico del petrolio?

L’Arabia Saudita è il maggiore Stato dell’OPEC per produzione ed esportazione di petrolio e possiede la chiave della stabilità del mercato energetico, tuttavia non è fra i fautori della commistione fra petrolio e politica, perché sa che è un gioco pericoloso in grado di minacciare il sostentamento stesso dei suoi cittadini. Dopo che si è parlato tanto dei prezzi del petrolio in caduta libera, si è espresso il ministro del petrolio saudita Al-Nu‘aimi, negando la presenza di qualsiasi motivazione politica dietro il calo dei prezzi, poiché l’unico a comandare è il mercato. Risponde così all’affermazione circolata negli ultimi giorni, secondo cui, abbassando il prezzo del petrolio, l’Arabia Saudita vorrebbe esercitare pressioni politiche su Iran e Russia per costringerli ad adottare posizioni politiche adeguate.

Questa affermazione è palesemente illogica: innanzitutto ai due Paesi non sono richieste posizioni politiche tali da determinare questa impresa rischiosa che danneggia l’unica fonte di guadagno nazionale del Regno. Inoltre, pur abbassando il prezzo, è escluso che i due Paesi cambino le loro posizioni. Quanto alla seconda “accusa”, ovvero che l’Arabia Saudita riduce il prezzo del petrolio allo scopo di contrastare la produzione americana di gas e petrolio di scisto, si tratta di un compito immane, ed è irrazionale ritenere che possa essere svolto da un solo Stato. L’Arabia Saudita sa che la strategia di determinazione dei prezzi non è solo una sua responsabilità, ma una questione che riguarda tutti i Paesi produttori. È vero che seguiamo con preoccupazione la continua discesa del prezzo del barile, scivolato a 80 dollari per la prima volta da 4 anni, tuttavia l’Arabia Saudita ha tratto insegnamento dalla difficile esperienza dagli anni Ottanta.

Il governo di Riyadh deve guardare all’immeditato futuro, perché pregno di sfide economiche difficili, e deve predisporre dei piani per affrontarlo a livello interno. Gli Stati Uniti sono diventati uno Stato petrolifero che produce circa 9 milioni di barili al giorno (mbg), avvicinandosi alla quota dell’Arabia Saudita che è di 9,6 mbg, e l’anno prossimo le sue esportazioni saranno di circa un milione di barili giornalieri, mentre in passato ne importava 13 milioni al giorno. Un sorprendente ribaltamento nella bilancia petrolifera, oltre alla scoperta di molti giacimenti in altri Paesi marginali.

La diminuzione del prezzo del petrolio è dovuta al surplus e non a una decisione politica che potrebbe nuocere all’economia saudita e degli altri Paesi produttori di petrolio, così come ai nuovi tipi di greggio, come il petrolio di scisto americano, a causa dei suoi prezzi elevati. Ad ogni modo, a prescindere dalla diminuzione o dall’aumento del prezzo, il petrolio resta un mezzo per sviluppare l’economia e non è un portafoglio finanziario cui attingere finché giunga il giorno in cui non ne saremo dipendenti.

Abdulrahman al-Rashed, ex caporedattore di Asharq al-Awsat, è il direttore generale di Al-Arabiya.

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Roberta Papaleo

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