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L’abbattimento dei soldati turchi da parte dei russi

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“Fuoco amico” o regolamento di conti? Alcune possibili motivazioni e letture delle vicende che legano diversi episodi causa di tensioni tra i due stati

Di Samir Saliha. Al-Arabi al-Jadeed (14/02/2017). Traduzione e sintesi di Emanuele Uboldi.

La mattina del 9 febbraio una missione russa parte alla volta della città siriana di Al-Bab, dove l’esercito turco opera in coordinamento con l’Esercito Siriano Libero per liberarla dall’occupazione di Daesh (ISIS). L’operazione va a buon fine, ma sono dei militari turchi a essere colpiti (3 morti e 11 feriti), per la seconda volta nella stessa località – la prima il 6 novembre per mano sconosciuta. Una lunga telefonata tra i due capi di Stato ha stroncato la questione sul nascere classificandola come un errore non intenzionale, nonostante una comunicazione ufficiale russa abbia rialzato il livello di allerta, in quanto riconduce la responsabilità al comando turco per aver inviato truppe in luoghi dove già si era stabilito che non dovessero essere presenti militari. Se l’accaduto sia stato per colpa di “fuoco amico” è una questione che resta da chiarire, per quanto tanto i turchi, quanto i russi cerchino di evitare una escalation. Come è stato possibile che il comando russo abbia dato un ordine simile quando sapeva che l’esercito turco combatte per le strade di Al-Bab e che il coordinamento è imprescindibile in questi casi?

La prima lettura è che l’operazione sia stata preparata a tavolino in ragione della paura russa e iraniana per la recente attività turca a livello regionale e internazionale: il contatto tra Erdoğan e Trump, la visita di Mike Pompeo (nuovo direttore della CIA) fanno presagire il ritorno alle buone relazioni turco-americane di una volta. Allo stesso tempo, il ministro degli Esteri saudita era ad Ankara, preceduto da Germania, Regno Unito ed Emirati Arabi Uniti, il tutto concluso dalla visita di Erdoğan nel Golfo, che ha toccato anche Arabia Saudita, Bahrein e Qatar. Iran e Russia saranno rimaste scottate alla presentazione all’ONU del piano turco per cacciare Daesh da Raqqa, all’insaputa e senza il coordinamento con la Russia. Che l’attacco di Al-Bab sia stato una frecciatina?

Un altro aspetto è che ciò che i capi di stato russo e turco dicono e vogliono fare è in disaccordo con le forze e i meccanismi interni. Inoltre, Ankara è responsabile per l’abbattimento del jet russo nel novembre 2015 e la morte dell’ambasciatore a dicembre 2016: alcuni a Mosca pensano che la Turchia stia approfittando della generosità russa e che sia necessaria una risposta, quando il cordoglio e le scuse non sono sufficienti a convincere i nazionalisti che hanno visto i propri simboli (esercito e diplomazia) colpiti due volte in meno di un anno.

Secondo quanto dichiarato da Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, Ankara ha la responsabilità diretta dell’accaduto, poiché il comando è partito successivamente alla comunicazione dell’esercito turco circa le posizioni dei propri militari. Tale dichiarazione avrebbe dovuto chiudere la questione, ma il Capo di Stato maggiore turco, Hulusi Akar, ha ribattuto che le truppe stanziavano in quell’edificio da più di 10 giorni e che la Russia era al corrente delle postazioni turche da più di un mese, come secondo gli accordi del 12 gennaio.

Questo botta e risposta solleva più di una questione: non è che la dichiarazione russa che l’attacco non fosse intenzionale sia una soluzione soddisfacente per entrambe le parti? Come mai i russi si sono affrettati a fare questa dichiarazione ufficiale senza attendere i primi accertamenti da entrambi i Paesi? È un caso che l’esercito siriano, appoggiato da Hezbollah, fosse alla volta di Al-Bab, ben sapendo che questa città facesse parte dei piani dell’operazione turca Scudo dell’Eufrate?

Le dichiarazioni russe e le risposte di Ankara somigliano al comportamento tenuto dall’ex primo ministro Ahmet Davutoğlu in difesa dell’ufficiale che aveva abbattuto il jet russo, sostenendo che fosse stato lui a dare l’ordine, senza attendere ulteriori accertamenti. I nazionalisti estremisti nei due Paesi potrebbero pensare che giocare forte potrebbe essere la soluzione migliore, lasciando i decisori politici di fronte alle ultime opzioni disponibili. Gli estremisti russi non hanno avuto le risposte che volevano sulla morte dell’ambasciatore, altro colpo dopo l’abbattimento del jet. Era quindi necessario compiere “quest’errore” volontariamente e difenderlo con dichiarazioni ufficiali per pareggiare i conti e concludere lo scambio epistolare tra Ankara e Mosca?

Samir Saliha è ricercatore turco e professore di diritto pubblico internazionale e relazioni internazionali.

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