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La spartizione del bottino di una guerra che non si è conclusa a Ta’iz

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Non è ancora finita la battaglia fra gli Houthi e le divergenti forze della Resistenza per il controllo di Ta'iz che è già iniziata la battaglia per accaparrarsi l’influenza sulla città

Di Maysa Shuja al-Din. Al-Araby al-Jadeed (30/01/2017). Traduzione e sintesi di Chiara Avanzato.

La crisi in Yemen è il risultato naturale e prevedibile dell’assenza di un governo legittimo: a Ta’iz, terza città del Paese dopo Sana’a e Aden, è assente il governatore Ali a-Ma’amary che avrebbe dovuto riprendere a svolgere le sue funzioni dopo la liberazione di gran parte delle zone della città dai ribelli. La crisi in Yemen, e a Ta’iz dunque, non si è conclusa con il ritiro degli Houthi, ma al contrario il vuoto non colmato dalle forze uscenti vincitrici dal conflitto e l’assenza di volontà politica ne hanno peggiorato la portata.

È vero che la realizzazione di uno Stato e il recupero delle funzioni di governo non sono processi semplici e necessitano di una forza armata, organizzata e leale, soprattutto se tali processi sono successivi alla disintegrazione dell’esercito e a guerre civili e regionali; ma il vero ostacolo nella realizzazione di uno Stato in Yemen risiede proprio nell’assenza di volontà politica. Se ci fosse una volontà politica sufficiente e valida e se i rappresentanti dello Stato fossero presenti a Ta’iz e Aden, soffrirebbero con il popolo e tenterebbero di trovare una soluzione per il popolo: questa presenza darebbe al governo una legittimità più importante di quella riconosciuta dalle Nazioni Unite; unica legittimità capace peraltro di difendere lo Yemen dalle ripercussioni della guerra e dal caos. Tuttavia, questa volontà politica nel Paese non c’è, come non c’è una leadership dotata di sensibilità, di senso di responsabilità verso la società e con un progetto politico reale per lo Stato yemenita. Ci sono invece partiti e forze politiche deboli, la cui debolezza sommata a quella del governo, rende ancora più gravi gli effetti già critici dell’assenza di uno Stato legittimo e lascia dietro di sé quel caos che vede prevalere prima una milizia poi un’altra.

Lo Yemen continua a essere dunque un’area geografica turbolenta, percezione ancora più sentita dai vicini Stati del Golfo, alcuni dei quali sono intervenuti in prima linea nel conflitto. L’ingerenza di questi Stati, e dell’Arabia Saudita in primis, si riflette nella loro tendenza a cooperare non con istituzioni statali, ma piuttosto con entità tribali e religiose yemenite; linea politica che ha contribuito al collasso dello Stato in Yemen e che contribuisce a danneggiare i centri urbani, che ancora più dei centri tribali, necessitano della presenza dello Stato. Il governatorato di Ma’rib, una regione tribale yemenita, è infatti riuscito a creare un modello di buon governo, affidando lo stesso al capo tribale Sultan Arada; ma soluzioni come quella di Ma’rib non funzionano in centri urbani come Aden e Ta’iz, per i quali l’amministrazione di entità tribali e religiose non è adeguata. Nonostante a Ta’iz il leader del partito nasserista, ‘Abdullah Nu’man si sia posto come mediatore fra le parti in conflitto, i suoi sforzi individuali, seppure validi e sinceri, non potranno infatti compensare l’assenza dello Stato in una città il cui numero di abitanti raggiunge i 750 mila e in un distretto dove questo numero arriva a un milione.

Questo disordine politico, unito agli interessi discordanti delle parti coinvolte nel conflitto, non tiene in considerazione il caro prezzo, in termini di vite umane, che lo Yemen ha pagato e sta pagando e getta pesanti ombre sul futuro di coloro che sono rimasti.

Maysa Shuja Addin è una scrittrice e giornalista yemenita.

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