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La posizione ambigua degli Stati Uniti in merito alla Siria

Di Osman Mirghani. Asharq al-Awsat (21/03/2015). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti.

Nessuna sorpresa per le recenti dichiarazioni del segretario di Stato americano Kerry sulla necessità di negoziare con il presidente siriano Bashar al-Assad allo scopo di garantire una transizione politica e la fine della guerra in Siria. Negli ultimi quattro anni, la strategia occidentale, specie quella di Washington, è rimasta ambigua: non c’è stato alcun intervento decisivo per deporre il regime e porre fine alla tragedia che ha colpito la Siria e il suo popolo.

Obama Assad SiriaQuando Daesh (ISIS) è entrato nella mischia siriana, le posizioni sono divenute più chiare, almeno a Washington dove si è annunciato che l’amministrazione Obama aveva deciso di rendere la lotta contro Daesh la sua priorità, rimandando la questione del futuro del regime di Assad. L’amministrazione Obama ha taciuto in merito alla necessità che Assad si dimettesse (un’affermazione fatta all’inizio della crisi, ma mai tradotta in realtà sul campo) mentre si tentava un approccio diverso volto a raggiungere “un’intesa” indiretta con Damasco contro Daesh. Era ovvio che i raid della coalizione internazionale guidata dagli USA avrebbero ridotto la pressione sulle forze governative siriane. Così il governo ha usato la détente per aumentare gli attacchi con i barili esplosivi e riconquistare varie posizioni strappandole all’opposizione.

La strategia statunitense per la Siria ha accesso molte discussioni nell’amministrazione Obama, portando alle dimissioni, o al licenziamento, del segretario alla Difesa Hagel che in una lettera alla Casa Bianca criticava l’ambiguità dell’amministrazione Obama in merito al futuro del regime di Assad, richiedendo una posizione più chiara e avvertendo che il rinvio nella risposta alla crisi siriana avrebbe danneggiato la strategia americana contro Daesh. Ciò ha indicato che Washington stava prendendo in considerazione di far sopravvivere il regime di Assad, nel tentativo di impedire alla Siria di cadere nelle mani dello stato islamico. Analogamente altri attori occidentali e gruppi di esperti vicini alle sfere decisionali hanno adottato la stessa posizione.

Ma è tutta la storia? Naturalmente no. La crisi in Siria si interseca con le trattative sul nucleare iraniano. Si è detto che un accordo con l’Iran potrebbe essere siglato solo se gli Stati Uniti accantonassero l’idea di rovesciare il regime di Assad, principale alleato di Teheran nella regione. Questa non è una novità, circola da tempo e suggerisce inoltre che l’amministrazione Obama pensa che l’Iran debba svolgere un ruolo nella “guerra al terrore” in Siria e Iraq.

La regione sta affondando in un mare di sabbie mobili. Mi auguro che noi arabi ci risvegliamo e la smettiamo di criticare le posizioni degli Stati Uniti o di altri. Ogni Paese ha il diritto di adoperarsi per i propri interessi. Gli Stati arabi non dovrebbero più dipendere dagli altri, ma dovrebbero assumersi le proprie responsabilità e proteggere i propri interessi. I cambiamenti nella crisi siriana servono da modello per diverse variabili in atto nella regione che richiedono nuove strategie volte a liberarsi di politiche basate su lotte fratricide e scetticismo e a iniziare a ricostruire quel corpo in rovina rappresentato dal mondo arabo. Questa nuova strategia dovrebbe cominciare con la formazione di un blocco costituito da quegli Stati arabi che vogliono affrontare i rischi imminenti.

Osman Mirghani è ex vice caporedattore del quotidiano Asharq al-Awsat.

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Roberta Papaleo

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