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La Nakba e i rifugiati palestinesi, 67 anni dopo

Di Ghada Ageel. Middle East Eye (13/05/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Sessantasette anni fa, i palestinesi si sono svegliati nel cuore di una tragedia che ha devastato i loro cuori e stravolto per sempre le loro vite. Più di 800 mila persone, circa la metà della popolazione dell’allora Palestina, sono stati cacciati dalle loro case e dalla terra dei loro avi. Una realtà che hanno vissuto per anni, molti di loro fino ad oggi.

Sparsi in tutta la regione, coloro che dall’oggi al domani si erano trasformati in rifugiati non avevano bisogno di chiedere cosa ne sarebbe stato delle loro case: i corpi e gli spiriti spezzati di centinaia di migliaia bastavano come risposta. La Palestina non esisteva più.

Non potendo tornare nelle loro case in quella che oggi è Israele, i rifugiati palestinesi sono stati obbligati a vivere nella completa incertezza in 59 diversi campi profughi creati dalle Nazioni Unite, aspettando che la comunità internazionale facesse pressione su Israele affinché rendesse effettivo il diritto al ritorno. La loro unica speranza, anno dopo anno, era quella offerta dall’art. 11 della risoluzione ONU 194 del 1948, che prevede che “i rifugiati che intendano tornare nelle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbero averne il permesso il prima possibile”. Sessantasette anni dopo, a milioni di rifugiati palestinesi è ancora vietato di tornare a casa e vivono ancora una vita di perenne attesa, in esilio.

La situazione dei rifugiati palestinesi di Yarmouk in Siria, quelli bloccati a Gaza, quelli che vivono dietro il muro di divisione in Cisgiordania, quei palestinesi che rischiano la loro vita nel Mediterraneo intraprendendo viaggi mortali per scappare dall’incertezza e trovare salvezza per le loro famiglie: tutti loro raccontano la storia vecchia e nuova della Nakba, quella di una sofferenza costante e senza soluzioni all’orizzonte.

La narrativa sui rifugiati è sempre associata all’empatia, alla povertà, al sottosviluppo, all’impotenza e alla violenza. La storia dei rifugiati palestinesi, tuttavia, va ben oltre le interpretazioni de-contestualizzate della narrativa di mainstream. La povertà e la violenza vengono imposte ai rifugiati palestinesi che, nonostante la situazione insostenibile, sono ancora considerati i più educati e i migliori lavoratori in Medio Oriente. Si aggrappano ancora forte ai loro sogni e rivendicano i loro diritti.

Nel 67° anniversario della Nakba, le nuove generazioni sono molto più consapevoli dei loro diritti e sono pronte a lottare per riaverli indietro. Inoltre, i rifugiati hanno iniziato ad affrontare pubblicamente la realtà che molti di loro avevano condiviso a livello privato: i palestinesi non vengono cancellati solo da Israele, ma anche dalle potenze e dai sistemi che, armati del silenzio complice dei governi, hanno sostenuto la tragedia del 1948, lasciando che essa vada avanti incontrastata.

Quando ho visto mia nonna dopo la guerra della scorsa estate a Gaza, lei ha ripetuto a me e ai miei figli Tarek e Aziz le stesse parole che mi aveva detto nel 2012. Ci ha parlato del nostro villaggio, Beit Daras, dal quale è stata espulsa nel 1948. Ci ha parlato della sua bellezza, della sua freschezza, del pozzo d’acqua, delle terre, delle fattorie e degli alberi di sicomoro che amava così tanto. Ci anche ripetuto, ancora una volta, che il futuro che avrebbe tanto voluto non la preoccupa più. Ci ha guardato e ci ha detto: “Per molti anni, mi sono sentita come se camminassi da sola. E come sapete, camminare da soli non è un modo piacevole di fare un viaggio. Ora, non posso più camminare a causa dell’età, ma non sono più sola. Ora posso riposare in pace anche se non sono più a Beit Daras. Ora so che Beit Daras è nei nostri cuori e so che voi non siete soli nel vostro viaggio”.

Ghada Ageel è una studiosa palestinese indipendente e un’attivista e collabora presso l’Università dell’Alberta,in Canada.

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Roberta Papaleo

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