Politica Zoom

La Libia e la rabbia di Mahmoud Jibril

L’opinione di Al-Quds al-Arabi (28/3/2012). Traduzione di Carlotta Caldonazzo

In un discorso tenuto ieri alla Conferenza sulla sicurezza di Bruxelles, l’ex primo ministro libico Mahmoud Jibril ha duramente rimproverato i paesi occidentali che hanno contribuito al rovesciamento del vecchio regime con aerei e navi da guerra. Paesi che, secondo Jibril, hanno abbandonato la Libia senza più curarsi di quanto sta accadendo in termini di mancanza di sicurezza e dominio delle milizie integraliste islamiche.

Jibril e i suoi colleghi del Consiglio transitorio libico (Cnt) hanno duramente criticato il quotidiano Al-Quds al-Arabi per aver messo in guardia fin dall’inizio sulla caduta della Libia nel caos e vuoto di sicurezza e sul fatto che essa sarebbe diventata uno stato fallimentare in modo analogo a quanto accaduto il Somalia, Afghanistan e Yemen. Altro elemento che ha attirato le loro critiche sul giornale è stato il suo appello a istituire un tribunale per mantenere la stabilità del paese e costruire le strutture dello stato e delle sue istituzioni.

Di certo non abbiamo praticato l’arte divinatoria con sabbia o lettura delle tazze quando abbiamo lanciato i nostri moniti, ma lo abbiamo fatto perché conosciamo bene la Libia e gli equilibri tribali e demografici che in essa vigono, nonché le differenze artificiali tra le sue regioni occidentale, occidentale, settentrionale e meridionale. Divisioni che hanno sempre costituito un pretesto strumentalizzato dalle forze esterne per dividere il paese e rompere la sua unione geografica e demografica.

Gli scontri sanguinosi esplosi nella zona di Sebha, nell’estremo Sud del paese, hanno provocato decine di vittime e di feriti e sono proseguiti per più di una settimana. Si tratta dell’ultimo problema, in ordine cronologico, della nuova Libia, purtroppo destinato a quanto sembra a non rimanere confinato in quell’area bensì a spostarsi in altre regioni.

Il Cnt è estremamente debole e non riesce a imporre il proprio controllo a livello di sicurezza né di mantenere le sue promesse facendo riconsegnare le armi e liberando città e villaggi dalle falangi armate che vi hanno imposto il loro dominio scontrandosi per conquistare altre zone di influenza. Il governo di Abd al-Rahim al-Kib è ancora in grado di mettere in piedi le istituzioni statali, di mantenere la sicurezza e riportare alla normalità settori come la sanità e l’istruzione, poiché la maggioranza dei ministri non è stata eletta per capacità ma in base a considerazioni regionali, tribali, nepotistiche o di parentela.

Molte sono le cause dello scoppio della rivoluzione in Libia, soprattutto per deporre il vecchio regime dittatoriale e debellare la corruzione. Raggiunto il primo obiettivo, malgrado le possibili divergenze sulla natura del cambiamento e l’attenzione quasi unanime sui pericoli futuri, il secondo tuttavia non è stato ancora realizzato. In Libia infatti dopo la rivoluzione la corruzione è addirittura aumentata rispetto al passato regime. Miliardi di dollari vengono saccheggiati e trasferiti su conti esteri da arrampicatori della rivoluzione e opportunisti. Un fenomeno mal tollerato dal ministro delle finanze, che ha deciso di rassegnare le dimissioni per autoassolversi e lavarsi la coscienza. Una posizione dignitosa, esemplare per le generazioni future.

Diciamo dunque a Mahmoud Jibril che gli “amici della Libia” in Occidente l’hanno abbandonata perché hanno ottenuto ciò che volevano e ciò cui aspiravano, ovvero il petrolio e il controllo di giacimenti e riserve. Realizzato ciò e dopo il ritorno della produzione libica ai livelli precedenti (circa 1.5 milioni di barili al giorno), non interessa più loro quello che succede in Libia, che sia il dilagare dell’illegalità o persino il controllo di al-qaeda in molte regioni.

 

http://alquds.co.uk/index.asp?fname=today\28qpt999.htm&arc=data\201233-28\28qpt999.htm


Carlotta Caldonazzo

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