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Israele e l’ipotesi di ritorsioni continue

Di Mustapha Fahasa. Asharq al-Awsaṭ (28/01/2015). Traduzione e sintesi di Lorenzo P. Salvati.

Sarebbe troppo semplicistico affermare che l’operazione militare condotta da Israele contro i vertici militari di Hezbollah e della Guardia Rivoluzionaria iraniana avesse come unico scopo quello di frenare una possibile avanzate del gruppo sciita nel Golan, assecondando così le preoccupazioni securitarie dello stato ebraico. Potrebbe trattarsi, invece, di un piano ben più complesso, di ordine politico-militare, volto a smuovere i delicati equilibri regionali. L’attacco di Tel Aviv è giunto in un momento di transizione estremamente critico per la Siria e per il Medio Oriente, quando è in corso la trattativa Washington-Teheran sul nucleare iraniano il cui esito incerto tiene con il fiato sospeso l’intera comunità internazionale.

L’attacco ordinato da Tel Aviv non è stato minimamente condannato dai mezzi di informazione israeliani e libanesi, che hanno invece stigmatizzato le infiammanti dichiarazioni del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, secondo cui il movimento sciita dispone di un potente arsenale militare pronto ad essere utilizzato contro Israele qualora “l’asse della resistenza” (Iran-Siria-Hezbollah, ndt) venisse ancora colpito.

Israele ha scelto di inviare un chiaro messaggio ai suo avversari. In primis si è rivolta al regime di Assad, ricordandogli il mutuo accordo di non belligeranza che vige tra i due paesi dal 1973 e che vede la Siria impegnata a impedire entro i suoi confini nazionali ogni tipo di azione contro lo stato di Israele, imponendo una zona demilitarizzata lungo la frontiera. Il secondo messaggio è rivolto a Hezbollah, il cui invio di truppe in Siria a supporto del regime di Assad è stato finora tollerato dallo stato ebraico. Israele tuttavia non permetterà che vengano stanziate forze sciite sulle alture del Golan, come già è avvenuto nel sud del Paese.

Ma la preoccupazione principale di Israele riguarda il potenziale nucleare iraniano, percepito come una minaccia reale. I negoziati di Ginevra tra Iran e Paesi 5 + 1 mirano al raggiungimento di un accordo definitivo che è fortemente osteggiato dal primo ministro Netanyahu, contrario a qualsiasi concessione sull’utilizzo del nucleare a scopi pacifici e favorevole al mantenimento delle sanzioni contro l’Iran. In passato il governo israeliano aveva minacciato di fermare le ambizioni nucleari iraniane con l’intervento militare, e secondo molti questa opzione è tuttora valida.

Israele si è imbarcata nell’operazione Quneitra consapevole dei rischi a cui andava incontro, delle possibili risposte di Hezbollah e degli scenari che si sarebbero configurati. Da un lato si potrebbe assistere ad un conflitto devastante destinato a protrarsi per settimane, l’ennesimo scontro sanguinante tra Israele e i suoi nemici che richiamerebbe l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale trasformando la vicenda in un caso politico. Israele avrebbe gioco facile a denunciare la presenza militare sciita in Golan, sedersi al tavolo delle trattative tra Iran e potenze occidentali e spostare l’attenzione sui pericoli connessi con l’arsenale balistico iraniano.

Un altro scenario prefigura una escalation graduale di violenze, con strategie di deterrenza e incursioni militari sempre più frequenti pronte a degenerare in guerra aperta. L’intervento militare israeliano sarebbe giustificato dalla necessità di eliminare il potenziale offensivo di Hezbollah e porterebbe al crollo dello Stato libanese, come è già successo nel 1982 quando il governo di Tel Aviv riuscì ad espellere l’OLP destabilizzando l’intera regione. Se invece la ritorsione partisse dalla Siria, il regime di Assad troverebbe in Israele un nuovo, potente nemico da fronteggiare che andrebbe a rinforzare le file dell’opposizione siriana, mettendo ulteriormente sotto pressione il regime di Teheran.

Secondo la logica politica, Hezbollah è impantanato nel conflitto siriano e non sarebbe in grado di affrontare una guerra che trascinerebbe il Libano nel caos totale. Teheran vorrebbe decidere come e quando fronteggiare Israele, ma allo stesso tempo rischia di esporsi e ostacolare il processo di riavvicinamento con Washington. Tuttavia la logica politica è diversa da quella militare, e la guerra potrebbe essere utile tanto a Teheran quanto a Tel Aviv per superare una impasse regionale su cui incide il declino dei prezzi del petrolio, le divergenze sul nucleare, il conflitto siriano, le elezioni israeliane e, non meno importante, la transizione diplomatica della Palestina verso il pieno riconoscimento internazionale. Eventi che rischiano di far precipitare gli eventi.

Mustapha Fahasa è un giornalista di Asharq al-Awsat.

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Roberta Papaleo

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