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Iraq: peggioramento della condizione femminile

Al-Mowaten (19/03/2014). Traduzione e sintesi di Omar Bonetti.

Lo scorso 25 febbraio, il Consiglio dei Ministri iracheno ha approvato un nuovo statuto personale di stampo sciita-giafarita, sollevando forti critiche sia all’interno del Paese, sia all’estero.

Nello specifico, l’opposizione a questo progetto riguarda gli articoli relativi all’abbassamento dell’età matrimoniale femminile da 18, com’era previsto dal codice in vigore dal 1959, a soli 9 anni e al divieto di matrimonio con donne non musulmane, ad eccezione di quello temporaneo. Secondo Human Rights Watch, inoltre, legalizzare provvedimenti come il diritto del marito di avere rapporti sessuali con la moglie anche senza il suo consenso e la proibizione per la sposa di lasciare l’abitazione senza il permesso di suo marito, significa rendere lecita la violenza famigliare.

Nonostante ciò, Hassan al-Shimari, ministro delle Giustizia e leader del Partito della Virtù Islamica, ha difeso in più di un’occasione la legge che egli stesso ha presentato al Consiglio dei Ministri, affermando che essa non è vincolante per le altre confessioni religiose presenti in Iraq. Analogamente, anche Ammar Tohme, dirigente del blocco parlamentare Virtù, si è espresso in favore di questa legge, sostenendo che la Costituzione irachena protegge la libertà religiosa di tutti i cittadini.

All’interno del Paese, però, le attiviste irachene, tra cui Shaima Adel e Hanaa Edward, che è anche membro della Rete delle Donne Irachene, hanno organizzato diverse manifestazioni per opporsi fermamente al progetto di legge, che non solo permette agli uomini iracheni di sposarsi con soggetti legalmente incapaci, ma che sembra celare obiettivi politici ed elettorali. In modo particolare, Shaima Adel è convinta che in Iraq ci sia un disperato bisogno di norme che proteggano le donne e la loro dignità. Hanaa Edward, invece, crede che, dietro a questa legge così umiliante per l’Iraq, si nasconda una mirata propaganda elettorale per ottenere più voti dagli uomini sciiti.

Anche Taha Mizel Hamdani, un avvocato iracheno, sostiene che questa legge è stata fatta per favorire il ministro della Giustizia e il suo partito alle prossime elezioni. L’approvazione del nuovo statuto personale in sede parlamentare, secondo Hamdani, però, potrebbe avere altre ripercussioni per l’Iraq, come caos sociale e la creazione di specifici testi per ogni dottrina religiosa, il che porterebbe ad un’inevitabile disgregazione della società irachena.

A livello internazionale, c’è stata una grande opposizione a questo progetto di legge. In modo particolare, Nicolai Miladinov, il direttore della United Nations Assistance Mission for Iraq, e Joe Stork, il vice direttore generale del Dipartimento del Medio Oriente e dell’Africa Settentrionale di Human Rights Watch, hanno espresso la loro preoccupazione per questi provvedimenti. Secondo Miladinov, il nuovo statuto personale giafarita, se approvato, violerebbe due leggi internazionali: la legge Cedaw, che respinge la violenza e la discriminazione contro le donne, e la Convenzione per i Diritti dei Bambini (CRC), ratificate entrambe dall’Iraq, rispettivamente nel 1986 e nel 1994. Dal canto suo, Stork, oltre a quanto già detto, ha ribadito che le Nazioni Unite continueranno a sostenere ogni sforzo del governo e della società civile per rafforzare il ruolo della donna nel paese.

In conclusione, è paradossale che questo progetto di legge sia stato approvato all’interno del Consiglio dei Ministri, che comprende anche un ministro per i Diritti Umani.

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Roberta Papaleo

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