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Iran, stupro dei diritti umani. L’ennesimo schiaffo del regime a Nasrin Sotoudeh.

Articolo di Katia Cerratti

La condanna dell’avvocatessa iraniana Nasrin Sotoudeh a 38 anni di carcere e 148 frustate, non è soltanto uno schiaffo all’egregio operato di questa donna, ma è un reiterato e volontario stupro dei diritti umani. Un oltraggio al diritto di esercitare la professione di avvocato, al diritto di difendere gli attivisti, uno schiaffo, l’ennesimo, che il regime sferra spudoratamente alla dignità delle persone. Cosa ha fatto Nasrin per meritare 38 anni di carcere e 148 frustate? Il suo lavoro, Nasrin ha fatto il suo lavoro di avvocato e di difensore degli attivisti dei diritti umani. Ha difeso le donne del movimento Enghelab Street, scese in piazza con coraggio per protestare contro l’imposizione dell’uso del velo, ha difeso gli attivisti che hanno contestato i risultati delle elezioni presidenziali del 2009, ha collaborato con il Premio Nobel per la pace e attivista dei diritti delle donne, Shrin Ebadi, si è battuta per l’abolizione della pena di morte, ha difeso i diritti dei bambini, dei minori imprigionati e condannati a morte e la libertà d’espressione dei giornalisti, ma mentre per tutto questo il Parlamento Europeo, nel 2012, le ha conferito il prestigioso Premio Sakharov, insieme al regista Ja’far Panahi, anche lui prigioniero di coscienza, e nel 2018 ha ricevuto il Premio Internazionale per i Diritti umani Ludovic Trarieux , in Iran, tutti questi meriti vengono tradotti in “istigazione alla corruzione e alla prostituzione, compimento di atti peccaminosi, interruzione dell’ordine pubblico e disturbo dell’opinione pubblica, oltraggio alla sicurezza nazionale e diffusione di propaganda contro il sistema”, per un totale di 29 anni, ma come se non bastasse, in base all’art. 134 del codice penale, avendo più di tre capi d’imputazione, le viene emessa una sentenza più alta della massima appicabile, 33 anni, a cui si aggiungono altri 5 di una precedente condanna, per un totale di 38 anni.

Articoli di legge strumentalizzati per distruggere un essere umano dunque, ignorando volutamente l’applicazione di quello che è un semplice ma sacrosanto principio che l’OIAD, Observatoire International Des Avocats, ha giustamente sottolineato, esprimendo inoltre profonda indignazione per le punizioni corporali:” Le autorità iraniane devono attenersi ai principi di base delle Nazioni Unite sul ruolo degli avvocati, in base ai quali devono “assicurare che gli avvocati (…) siano in grado di svolgere tutte le loro funzioni professionali senza intimidazioni, ostacoli, molestie o interferenze improprie” (principio n ° 16).

Esattamente il contrario dunque, del trattamento subito da Nasrin, che già dal suo primo arresto nel 2010, con l’accusa di attività contro la sicurezza nazionale e propaganda contro il regime, fu costretta a fare lo sciopero della fame perché non le veniva permesso di vedere i figli, né i parenti e per protestare contro le ritorsioni cui erano sottoposti questi ultimi. Suo marito, Reza Khandan, nel gennaio 2019 è stato condannato a 6 anni di reclusione per aver dato notizie su facebook sulle condizioni di detenzione della moglie. Ma Nasrin ha una forza e una dignità che nemmeno un’oscena sentenza come quella emessa lunedì scorso da Mohammad Moghiseh, giudice capo della 28esima sezione della Corte Rivoluzionaria di Teheran, è riuscita a scalfire. La donna infatti, si è rifiutata di scegliere un avvocato tra i 20 imposti dalle autorità. Ha preferito rinunciarvi e non essere presente al suo processo, già palesemente non rispondente ai canoni internazionali del processo equo.

Ma la repressione del regime non risparmia nessuno, avvocati, giornalisti, registi, musicisti, scrittori, rei di mettere a repentaglio la sicurezza dello Stato con il loro lavoro. Al noto caso del regista Ja’far Panahi, si aggiungono infatti altri nomi come l’avvocato Amir Salar Davoodi, il giornalista Ahmad Jalali Farahani. il regista Keywan Karimi, il musicista Mehdi Rajabian, solo per citarne alcuni, anche se purtroppo moltissimi altri casi si stanno consumando nel carcere di Evin e forse non vedranno più luce.
Nasrin Sotoudeh, è, dunque, una delle migliaia di vittime della vergognosa repressione messa in atto dal regime. Secondo fonti ufficiali, solo nel 2018 infatti, sono state eseguite 277 esecuzioni capitali, effettuati 8000 arresti, uccise almeno 58 persone e 12 manifestanti sarebbero morti in seguito a tortura.

Amnesty international ha lanciato una petizione per la libertà di Nasrin e il direttore delle ricerche sul Medio Oriente e sull’Africa del Nord di Amnesty International, Philip Luther, ha duramente condannato il verdetto: “È sconvolgente che Nasrin Sotoudeh vada incontro a quasi quattro decenni di carcere e a 148 frustate a causa del suo lavoro pacifico in favore dei diritti umani, compresa la difesa legale di donne sotto processo per aver sfidato le degradanti leggi sull’obbligo del velo” […]“Nasrin Sotoudeh deve essere rilasciata immediatamente e senza alcuna condizione e questa oscena sentenza deve essere subito annullata”, […] “I governi che hanno influenza sull’Iran, dovrebbero chiedere il rilascio di Nasrin Sotoudeh. La comunità internazionale, in particolare l’Unione europea, dovrebbe prendere pubblicamente una posizione forte contro questa vergognosa condanna e intervenire urgentemente per assicurare il rilascio immediato e incondizionato della detenuta”, […] Il verdetto di colpevolezza e la condanna di oggi confermano la reputazione dell’Iran come crudele oppressore dei diritti delle donne”, ha sottolineato.

Nasrin è in isolamento nel carcere di Evin. Sola, con la morte nel cuore, lontana dai figli e quando le mani del boia cominceranno a frustarla, la comunità internazionale sarà complice di tutto questo se non alzerà la voce con Teheran in maniera dura ed efficace.

Questa oscena sentenza ha solo un nome, inequivocabile: stupro dei diritti umani.

Le donne di #WhiteWaynesdays sensibilizzano le passeggere della metro sul caso di Nasrine Sotoudeh


Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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