Da Kabul a Teheran Iran

Iran, le proteste e l’urlo del velo al vento. Intervista a Ahmad Rafat

Intervista di Katia Cerratti

Una ragazza in piedi su un blocco di pietra, sventola fiera il suo velo al vento come fosse una bandiera. Un gesto forse insignificante in un contesto pacifico, per nulla scontato invece in un paese come l’Iran, durante le proteste contro il carovita esplose il 28 dicembre scorso. Le contestazioni sono ancora in corso e finora il bilancio è stato di 12 morti, numerosi feriti e centinaia di arresti in tutto il paese. Anche la ragazza è stata arrestata e su quel blocco di pietra ora ci sono fiori, biglietti, lettere di stima per quell’atto di coraggio, per quell’urlo espresso da un gesto che va al di là del semplice dissenso per motivi economici. Le proteste stesse stanno assumendo via via una forte connotazione politica attraverso slogan contro Rohani e Khamenei e pro Reza Pahlavi, lo storico Scià. Non è chiaro dunque, cosa stia accadendo e come si evolveranno gli eventi in corso ma alcuni aspetti di questo scenario vengono chiariti in questa nostra intervista da Ahmad Rafat, giornalista italo-iraniano.

 

Cosa sta succedendo in Iran e quanto è credibile l’origine delle proteste per motivi economici? 

Senza dubbio la ragione per la quale la gente è scesa per le strade è economica. Rohani non ha potuto mantenere nessuna delle sue promesse elettorali e, come molti economisti avevano avvertito, la firma dell’accordo nucleare e la sospensione delle sanzioni non erano sufficienti a risolvere i problemi economici del paese che sono strutturali. Circa la metà degli oltre 80 milioni di iraniani sono scivolati sotto la soglia di povertà. Gli stipendi degli operai delle grandi industrie, come l’industria zuccheriera di Haft Tappeh, vengono pagati con mesi di ritardo.

Si torna a parlare di una nuova Onda verde. Il paragone regge o è azzardato e in questo caso c’è di più?

Nessuna somiglianza con le proteste del 2009. Allora era la classe media di alcune grandi città che protestava per delle elezioni truccate. Un movimento che é rimasto nelle grandi città e ha coinvolto soprattutto la classe media. Questa volta la protesta non è partita da Teheran, ma nella provincia. Domenica la gente è scesa per le strade in 64 città. Nemmeno io potrei trovare sulla cartina alcune di queste  città. Questa volta la classe media non ha alcun ruolo, sono i ceti più poveri a protestare. Una protesta che in poche ora si è trasformata in un chiaro NO al regime attuale. La gente chiede apertamente la fine del regime, un regime incapace di rispondere alle richieste economiche e soddisfare le richieste di apertura sociale e politica.

Le proteste si sono estese a tutto l’Iran ma sono nate a Mashad, città a maggioranza ultraconservatrice. E’ sintomatico secondo te?

A Mashad e Qum, due città simbolo della fede sciita, oltre al disagio economico come nel resto del paese, la gente è vittima anche di una repressione culturale maggiore ed il clero ha un potere più esteso, non a caso a Mashad per la prima volta i manifestanti hanno gridato slogan a favore di Reza Scià, fondatore dell’ultima dinastia, quella dei Pahlavi. Reza Scià è noto per la sua avversione per il clero sciita.

L’accordo sul nucleare sembra non aver fornito gli effetti sperati al livello economico. Alla ripresa del settore petrolifero non è seguita un’equa distribuzione della ricchezza. Chi è responsabile di questo fallimento e quanto può aver inciso sulle proteste di questi giorni?

Come ho detto, la crisi economica è strutturale. Buona parte dei soldi ricavati dall’aumento dell’export del greggio è servita a finanziare le avventure oltre il confine. La presenza militare in Siria, le spese delle milizie sciite in Iraq, gli aiuti finanziari agli Houthi nello Yemen, Hezbollah in Libano e Hamas e Jihad Islamica a Gaza, hanno assorbito gran parte di questi soldi. Non è un caso che oggi la gente gridi “lascia la Siria e pensa a noi” oppure “Né Gaza e nemmeno il Libano, diamo la vita solo per l’Iran”.

Ieri Trump ha dichiarato in un twit:”L’Iran sta fallendo a tutti i livelli nonostante il terribile accordo fatto con l’amministrazione Obama.  Il grande popolo iraniano è represso da molti anni. Sono affamati di cibo e di libertà. Insieme ai diritti umani, la ricchezza dell’Iran viene saccheggiata. Tempo di cambiare!”. Cosa ne pensi?

Prendo le dichiarazioni di Donald Trump per quello che valgono e credo che siano dirette all’opinione pubblica americana. Certo, sono meglio del silenzio delle autorità europee.

Sembra che Rohani abbia deluso le aspettative degli Iraniani. Quali errori ha commesso secondo te?

Rouhani ha promesso cose che non è in grado di realizzare. I suoi errori sono principalmente due: ha sopravvalutato il suo potere ed ha sottovalutato la gente, pensando che il loro voto fosse incondizionato.

 A cosa può portare questa nuova ribellione degli iraniani e, in particolare, dei giovani iraniani?

Non sono abituato a fare previsioni sul futuro. Questa ribellione potrebbe rientrare momentaneamente in seguito ad una forte repressione, ma il paese rimane una polveriera che in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione potrebbe riesplodere.

Ancora una donna-simbolo nelle proteste iraniane. Nel 2009 Neda e in questi giorni la ragazza che si alza in piedi e si toglie il velo. C’è poco di “economico” in un gesto del genere, molto più invece a livello umano e nel segno del rispetto dei diritti umani. E’ forse questa la chiave delle proteste?

Come ho detto, la gravità della situazione economica è stata la miccia, la polveriera era già pronta ad esplodere. In Iran le donne da anni sono il simbolo della lotta per la democrazia, perché fin quando i loro diritti non saranno riconosciuti, non ci sarà democrazia. Nel 2009 era Neda, oggi una ragazza anonima con il suo foulard bianco, issato come una bandiera. Lei è la versione iraniana della Statua della Libertà.

Ahmad Rafat è nato a Teheran nel 1951, da padre iraniano e madre italiana. Ha studiato Scienze politiche in Italia e Psicologia dei mezzi di comunicazione di massa all’Università di Francoforte. E’giornalista professionista dal 1976. Ha coperto più di 50 conflitti in Europa, Africa e Medio Oriente. Sue importanti collaborazioni: inviato del settimanale spagnolo Tiempo. Esperto di questioni iraniane e mediorientali dell’agenzia Adnkronos International (Aki) di Roma. Analista geopolitico a Rainews24. Collaboratore di Voice of AmericaPersian News Network e la storica Radio Farda. E’membro fondatore dell’associazione Iniziativa per la Libertà d’Espressione in Iran e Segretario generale del comitato esecutivo di Information Safety and Freedom. Ha tradotto alcuni libri di Che Guevara in farsi, nel 1991 ha scritto una breve biografia di Saddam Hussein in spagnolo, e nel 1981 ha pubblicato, in diverse lingue, una raccolta delle fatwa emesse dall’Ayatollah Khomeini durante gli anni dell’esilio a Najaf. Nella raccolta Carte e Piombo,ha raccontato la sua esperienza in Bosnia durante la guerra. In Italia ha pubblicato due libri, L’ultima primavera, Polistampa 2006, e Iran, la rivoluzione online, Cult 2010quest’ultimo sul movimento dell’Onda Verde del 2009. Rapporto tra Islam e Occidente, condizione delle donne in Iran e l’Iran sotto la presidenza di Ahmadinejad, sono i temi dei libri a cui sta lavorando. Attualmente vive a Londra.

 


Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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