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Indebolimento dello Stato tunisino, la strada verso l’egemonia della corruzione

Lo Stato tunisino risulta oggi indebolito, privato dei suoi mezzi di potere, dipendente dai fondi internazionali e costretto a diversificare la cerchia dei creditori includendo Stati che non nascondono le loro ambizioni di controllo sul potere decisionale tunisino

di Mokhtar Dabbabi, al-Arab, (08/08/2020). Traduzione e sintesi di Francesca Paolini.

Le autorità tunisine hanno cominciato a riconoscere la loro totale incapacità nell’affrontare fenomeni come l’immigrazione clandestina o gli incendi che stanno attualmente colpendo migliaia di ettari tra le montagne e i campi di grano della Tunisia. Ciò che sorprende è il modo con cui le autorità stanno trovando giustificazioni a tutto questo, creando nemici immaginari e accusando le parti politiche, come dimostra l’ultimo discorso del presidente Kais Saied per cui l’immigrazione e gli incendi sono stati organizzati appositamente per colpire l’immagine dello Stato e la figura del suo presidente.

Dopo la rivoluzione del 2011 “le lobby della corruzione” hanno giovato dell’indebolimento della morsa securitaria dello Stato e del complesso sistema parlamentare che limita il ruolo dei partiti nella lotta politica, fino ad esercitare in piena libertà i ruoli che lo stesso Stato aveva loro assegnato. Nell’attuale situazione emergenziale che vede lo Stato tunisino annegare  nei debiti poiché incapace di riscuotere le tasse e imporre la legge, una nuova classe di uomini d’affari sta crescendo in fretta ed è pronta a sfidare lo Stato, attirando verso di questo nuovi attori, quali uomini della sicurezza, professionisti della pubblica informazione, avvocati e giudici, che possono offrire copertura e protezione alla suddetta classe emergente.

Il problema non risiede unicamente nel sistema politico d’emergenza che conferisce al parlamento forti poteri di controllo sul governo e marginalizza il presidente della Repubblica, ma piuttosto risiede nella classe politica emergente che ha deboli relazioni con lo Stato e che ha contribuito all’indebolimento del potere statale sulle cosiddette istituzioni  forti: la sicurezza, la magistratura e i media.

La maggior parte dei partiti emergenti non credono nello Stato anche se sono desiderosi di mostrare il contrario. Dal 2011 si approcciano alle istituzioni nel tentativo di controllarle, penetrarle e trasformarle in una piattaforma di spionaggio e di controllo piuttosto che rafforzarne le debolezze.

Il primo obiettivo di questi partiti, sia di quelli al governo che all’ opposizione, è stato quello di soffocare lo Stato attraverso i mandati, credendo nel modello di Stato che crea occupazione e fornisce servizi ma non considerando il modo in cui questo debba garantire tutto ciò. Questa visione opportunistica nei confronti dell’istituzione statale è evidente durante le campagne elettorali quando tutti promettono che lo Stato eliminerà la disoccupazione, aumenterà i salari e offrirà bonus e quando tutte le parti politiche evidenziano l’alleanza con l’Unione del Lavoro. Questa dal 2011 si è imposta come la più grande forza nel paese attraverso il controllo dei destini dei governi e attraverso l’organizzazione di scioperi, proteste e sit- in che hanno portato alla chiusura di  centinaia di istituzioni, aziende e fabbriche.

Oltre a trasformare lo Stato in un mezzo per la negoziazione e per la definizione della propria influenza e delle varie alleanze, i partiti e le lobby attaccano anche le istituzioni giudiziarie, costringendole a presentare pubblicamente concessioni e spingendole ad aggirare sentenze già emesse, il tutto sotto la pressione dei media,  in particolar modo attraverso la distorsione e il ricatto sui social network. Ciò che è più pericoloso è quindi il tentativo di renderle dipendenti dal potere politico e trasformarle in una punta di diamante nel regolamento dei conti a beneficio delle lobby.

Lo Stato tunisino risulta oggi indebolito, privato dei suoi mezzi di potere, dipendente dai fondi internazionali e costretto a diversificare la propria cerchia di creditori, includendo Stati che non nascondono le loro ambizioni di controllo sul potere decisionale tunisino.

Sarà complesso uscire dalla crisi economica e sociale senza liberare lo Stato dal controllo delle lobby e dei loro legami con i partiti e i sindacati. Attualmente si assiste però ad un peggioramento della situazione, il tutto nel mezzo di una soffocante crisi politica e di un aspro conflitto tra il presidente della Repubblica e la presidenza parlamentare, che cresce con l’introduzione delle agende regionali.

Questa crisi, desinata a continuare anche con il nuovo governo che Hichem Mechichi dovrebbe eleggere nei prossimi giorni, è costantemente alimentata dai circoli di potere finanziario d’emergenza che controllano i commerci paralleli e i grandi movimenti di contrabbando del paese e che hanno cominciato a cercare reti esterne per garantire a lungo la continuazione della loro egemonia.

Il paese ha bisogno di un’iniziativa di mediazione guidata da personalità nazionali – come quella proposta da Mohsen Marzouk presidente del partito Machrouu Tounes o l’iniziativa de leader storico del partito repubblicano Ahmed Nejib Chebbi – che plachi le tensioni tra Kais Saied e il presidente del parlamento Rachid Ghannouchi e che garantisca l’adozione di un programma governativo che dia priorità al fascicolo economico e sociale. Bisognerebbe poi vincolare i gruppi politici ad un codice di condotta, spingere il parlamento ad eleggere i membri della Corte Costituzionale e modificare la legge elettorale.

Non c’è soluzione per la Tunisia se non quella di smantellare il gioco che ha trasformato la classe politica nella protettrice dei progetti dei nuovi poteri finanziari, come ricorda il governatore della Banca Centrale Marouane Abassi affermando che il paese può ripristinare la crescita economica solo attraverso una stabilità politica. La prossima fase richiederà dunque un governo dalle competenze indipendenti la cui funzione principale sarà fermare il peggioramento dell’ economia, riequilibrare il ruolo dello Stato.

Mechichi riuscirà a comporre un nuovo governo che giochi il ruolo di “vigile del fuoco” e che volti le spalle ai partiti, anche se solo temporaneamente, oppure verserà olio sul fuoco in un ambiente che mira ad allargare il divario tra Kais Saied e Rachid Ghannouchi e a far entrare il paese in una crisi politica destinata a durare a lungo?

Mokhtar Dabbabi è un giornalista e scrittore tunisino.

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