Siria Zoom

Il mondo deve interessarsi di più ai profughi siriani

Di Lakhdar Brahimi. The Daily Star Lebanon (21/04/2015). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

Negli ultimi quattro anni, la Siria è stata teatro di atroci sofferenze e barbarie. Il recente attacco al campo palestinese di Yarmouk da parte di Daesh (ISIS), tuttavia, ha sconvolto anche gli osservatori più insensibili.

L’assedio del campo ha messo 18.000 rifugiati a rischio di massacro, senza accesso a cibo, acqua ed altri servizi vitali. Secondo il portavoce dell’UNRWA Christopher Guinness, le condizioni sono “oltre l’inumano”. L’attacco ci ricorda, ancora una volta, che l’agonia della Siria può trovare fine solo attraverso un’azione internazionale concertata.

Nel 2011, quando scoppiarono le proteste contro il regime autoritario del presidente Assad, pochi potevano immaginare la catastrofe che avrebbe colpito la Siria: una guerra che è costata più di 200.000 vite e che ha devastato il tessuto sociale ed economico del Paese. Il conflitto ha determinato atrocità su tutti i fronti, esecuzioni di massa, rapimenti, torture, ricorso ad armi chimiche e barili bomba. Circa 12 milioni di persone sono scappate dalle loro case e molte hanno lasciato il Paese, andando a gravare sugli Stati confinanti, come Libano e Giordania. Più di 3 milioni di bambini non vanno più a scuola.

La comunità internazionale si è rivelata incapace – e, in un certo senso, priva della volontà – di porre fine alla guerra. L’ex segretario generale dell’ONU ed io abbiamo avuto esperienza diretta di questa crisi. Entrambi abbiamo provato a riunire i combattenti intorno al tavolo dei negoziati, ma abbiamo fallito. Nel frattempo, il mondo ha impiegato troppo tempo per aprire gli occhi sul pericolo globale rappresentato da Daesh.

La responsabilità di questo fallimento collettivo e di questa mancanza di azione non è solo dei diplomatici e dei politici, ma di ognuno di noi. Eppure molti sono diventati indifferenti davanti a tanta sofferenza. È fondamentale che, indipendentemente da quanto grave e sconvolgente diventi la situazione siriana, noi non la ignoriamo o cerchiamo semplicemente di voltare pagina.

Ciò vale a maggior ragione nei confronti delle migliaia di profughi siriani che, ammassati su barconi fatiscenti, cercano di attraversare il Mediterraneo. Lo scorso anno, più di 4.000 tra uomini, donne e bambini, hanno perso la vita in questo tentativo, eppure ciò non ha dissuaso migliaia di altre persone dal rischiare lo stesso viaggio e affidare le loro vite nelle mani dei trafficanti di esseri umani ed organizzazioni criminali.

La cosa incredibile è che la risposta dell’Unione Europea davanti ai morti annegati nel Mediterraneo è stata tagliare le risorse alle unità navali che hanno il compito di monitorare gli attraversamenti e trarre in salvo i naufraghi. Non solo questo è immorale, ma anche controproducente. Il fatto di concentrarsi sulla sicurezza dei confini si è tradotto in politiche inadeguate, scoordinate e mal progettate, costringendo i migranti a ricorrere a canali illegali e pericolosi. Eppure i governi nazionali europei sembrano essere troppo spaventati – o troppo grati – dai sentimenti anti-immigrati tra gli elettori, per mostrare umanità nei confronti dei profughi.

In un conflitto così aspro, lungo e complesso come quello in Siria è troppo facile essere sopraffatti dalla disperazione. Per i cittadini comuni può risultare difficile essere fiduciosi, quando governi ed istituzioni internazionali non sono stati in grado di fermare la guerra e si rifiutano di proteggere i profughi.

Scriveva Albert Camus: “In questo mondo di guerre, vittime e carnefici, il compito delle persone che pensano deve essere di non trovarsi dalla parte dei carnefici”. È con questo spirito che invito le persone di tutto il mondo a fare pressione sui governi, perché attuino politiche di protezione e asilo nei confronti dei profughi di guerra siriani. Prendersi cura degli sfollati a causa del conflitto è il minimo che possiamo fare. Per amore del mondo, il popolo siriano non deve essere dimenticato.

Lakhdar Brahimi, ex ministro degli Esteri algerino ed ex inviato speciale dell’ONU in Siria, è membro di “The Elders”, organizzazione formata da leader mondiali indipendenti che lavorano per la pace e i diritti umani.   

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Cristina Gulfi

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