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Il Maghreb e la minaccia dello “Stato Islamico” in Libia

Di Ines Bel Aiba. Al Huffington Post Maghreb (05/03/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Maghreb AraboGli Stati del Maghreb sembrano sorpresi dall’espansione di Daesh (ISIS) in Libia, ma stanno cominciando a mobilitarsi per evitare il totale naufragio del Paese, temendo che possa servire da trampolino regionale per i jihadisti.

Il Marocco ha ospitato giovedì una incontro tra i due parlamenti libici rivali, mentre responsabili politici delle diverse parti in conflitto sono stati invitati in Algeria la settimana prossima, secondo quanto riferito dalla Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL). Questa attività diplomatica mostra la presa di coscienza del recente aggravarsi della crisi libica, che si è internazionalizzata con l’entrata in gioco dei militanti dello “Stato Islamico”.

“La prossimità geografica aumenta in modo evidente i rischi” per la Tunisia, l’Algeria e il Marocco, scrive Jamil Sayah, presidente dell’Osservatorio Tunisino per la Sicurezza Globale. È dunque necessario che questi Paesi definiscano “una strategia comune per bloccare Daesh alle frontiere libiche”, aggiunge.

L’Algeria, alquanto silenziosa sulla questione, sembra il Paese “migliore” per definire un piano, “poiché ha già affrontato una guerra simile” combattendo contro i gruppi jihadisti negli anni ’90, precisa Sayah. I suoi vicini, invece, sembrano aver dato finora la priorità all’arginare il flusso di combattenti in viaggio per la Siria, l’Iraq e la Libia: sarebbero circa 2.500 tunisini e 1.500 marocchini, secondo i governi di Tunisi e Rabat.

Il ministero dell’Interno marocchino ha inoltre affermato il “chiaro” pericolo costituito da Daesh dal momento che “non smette di proclamare la sua intenzione di estendersi ai Paesi del Maghreb arabo attraverso la Libia”. Da allora, il regno ha rinforzato i controlli sui viaggiatori sospettati di volersi unire ai ranghi jihadisti.

Anche la Tunisia afferma di aver impedito migliaia di partenze e di tenere sotto costante sorveglianza i suoi confini. Tuttavia, la porosità della sue frontiera con la Libia rende estremamente difficile il compito. Secondo Daesh, un tunisino avrebbe partecipato all’attentato al Corinthia Hotel di Tripoli, nel quale lo scorso gennaio sono morte nove persone, e un altro avrebbe condotto un attacco suicida a Bengasi.

La situazione è ancora più complicata se di considera anche la situazione socio-economica, con la Tunisia meridionale che da anni vive dei traffici di qualsiasi genere con la Libia. Il dilemma è grande per il governo di Tunisi, che rischia una rivolta sociale se decidesse di chiudere la frontiera o anche solo di effettuare controlli più minuziosi. Ma le autorità non sembrano avere le idee chiare: mentre il ministro degli Interni Najem Gharsalli afferma che “il terrorismo convive con il contrabbando”, il ministero della Difesa sostiene che “non è il caso di preoccuparsi”, perché “le parti in conflitto [in Libia] si combattono tra di esse” e quindi per loro la Tunisia “non è una priorità”.

In conclusione, l’approccio adottato dai Paesi del Maghreb, strettamente securitario, non può fornire una soluzione definitiva, in quanto “i fattori che producono questo fenomeno sono sempre presenti”, spiega Mohammed Masbah, ricercatore al centro Carnegie esperto di movimenti islamisti, citando “la vulnerabilità economica, sociale e soprattutto emotiva dei giovani”.

Ines Bel Aiba è vice caporedattrice per Agence France Presse – Tunisia.

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Roberta Papaleo

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