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Il fantasma di Saddam: intervista al fotografo iracheno Jamal Penjweny

Di Mina Al-Droubi. The Majalla (22/02/2014). Traduzione e sintesi di Laila Zuhra.

Dopo la sua morte, Saddam Hussein è stato raramente ricordato dai media, malgrado l’impatto che i suoi ventiquattro anni di potere continuano ad avere sugli iracheni. Il fotografo, artista e regista iracheno Jamal Penjweny ha deciso di colmare questo vuoto e ha trascorso gli ultimi dieci anni a documentare gli effetti della guerra del 2003 sul suo popolo, che vive tuttora nella paura.

La prima mostra personale di Penjweny, “Saddam is Here”, allestita alla Ikon Gallery di Birmingham, in Gran Bretagna, e aperta fino al 21 aprile, unisce fotografie e video che raccontano la presenza ingombrante di Saddam anche dopo la sua morte.

La serie fotografica principale della mostra è costituita da dodici immagini che ritraggono cittadini iracheni in situazioni di vita quotidiana che nascondono il viso dietro una foto a grandezza naturale del volto di Saddam, come maschera che impedisce l’espressione dei sentimenti, della personalità e dell’indipendenza. In un’intervista per The Majalla, Penjweny ha descritto i soggetti delle fotografie come “esseri umani che condividono una storia di paura che bisogna superare insieme” e afferma che “l’arte può e deve giocare un ruolo centrale in questo senso”.

Le foto di “Saddam is Here” riflettono il modo in cui la società irachena ricorda Saddam Hussein. Puoi dirci qualcosa in più del progetto?

“Saddam is Here” è una raccolta di fotografie che ho scattato a Baghdad nel 2008, durante il momento più difficile della guerra. Sono vecchi scatti che trovano piena realizzazione nell’Iraq di oggi. Ogni aspetto della società irachena è impregnato dei retaggi del regime di Saddam Hussein, e perciò ho ritenuto di fondamentale importanza documentare quello che non era stato ancora raccontato.

Qual è stato l’aspetto più impegnativo del progetto?

Dopo decenni di repressione e censura, adesso l’arte sta riemergendo dal cuore del Paese, nonostante le difficoltà da affrontare. L’arte in Iraq è inevitabilmente legata alla politica. Non può esistere una distanza fisica o concettuale tra la pratica artistica e le ramificazioni sociali che influenzano e determinano il modo in cui viviamo e percepiamo il nostro Paese.

Cosa ti guida nella scelta dei temi dei tuoi progetti?  

La mia arte è intrinsecamente legata alla mia esperienza di vita. Provengo da un villaggio del Kurdistan, a pochi chilometri dai confini con l’Iran, dove il temine “Stato” diviene quasi privo di significato, le identità nazionali e le lingue si mescolano e ci si ritrova ad essere semplicemente esseri umani con una storia comune. È da questa storia che prende forma il mio lavoro. Io non sono un osservatore obiettivo, sono parte della realtà che racconto.

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Roberta Papaleo

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