Siria Zoom

Il cimitero di Aleppo

Di Ilias Harfoush. Al-Hayat (31/07/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

Nel suo ultimo discorso dinanzi al parlamento siriano, il presidente Bashar al-Assad ha messo in guardia il suo avversario turco, Recep Tayyep Erdoğan, circa il destino della città di Aleppo, ovvero quest’ultima “sarebbe divenuta il cimitero dei sogni infranti del suo progetto di fratellanza”. Di certo non si sarebbe aspettato che questa minaccia potesse divenire realtà in un tempo così immediato, aiutato dagli ultimi eventi, in particolare il golpe fallito in Turchia e l’avanzata russa alla conquista di Aleppo. Il tutto si è svolto nell’indifferenza del mondo o degli Stati Uniti, occupati chi nella lotta al terrorismo e chi nella campagna elettorale.

Di certo il colpo di stato in Turchia ha spinto il presidente Erdoğan a porre l’attenzione sui problemi interni più che sulla crisi siriana, passata in secondo piano insieme alla questione curda, favorendo l’espansione di fazioni curde a nord della Siria, al confine con la Turchia. Allo stesso tempo, anche le forze militari americane temono che le attuali operazioni di pulizia in Turchia tra i generali dell’esercito possano influenzare la coalizione occidentale nella lotta contro Daesh (ISIS).

Aleppo è divenuta così la vittima del cambiamento degli andamenti regionali. Il suo destino, insieme a quello dei suoi abitanti, è ora nelle mani di capi militari russi, ed è probabile che segua la stessa sorte della città di Homs. Il ministro della Difesa russo, Sergey Shoyghu, ha ora il controllo delle cartine della città e a lui spetta il compito di facilitare l’uscita dei combattenti sconfitti e di un quarto di milione di persone ivi prigioniere attraverso i suoi valichi. Tuttavia, questi percorsi “umanitari” – come definiti dai russi – altro non sono che percorsi di morte, esponendo quanti in essi rimasti al bombardamento di aerei russi e siriani.

Un’idea questa condivisa anche dal segretario di Stato americano, John Kerry, che si è espresso in termini di “inganno”. E l’inganno è stato proprio lo strumento adottato dalla Russia in Siria al fine di mantenere al potere il presidente Assad e spingere il mondo ad allearsi con lui nella sua battaglia contro il terrorismo. Analogamente, i siriani sono stati delusi dallo stesso presidente americano, Barack Obama, che ha infranto le loro speranze di salvezza.

Alla delusione per le promesse americane, seguono quelle russe, mentre il mondo assiste da spettatore dinanzi ad una simile tragedia che è costata la vita ad almeno 300 persone e costretto milioni ad emigrare. Per ultimo, proprio la migrazione ha cambiato la cartina demografica dei paesi vicini e di quelli occidentali, minacciando la loro sicurezza, società ed economia. Tutto questo si sarebbe potuto evitare cinque anni fa, se solo le iniziative “umanitarie” russe fossero state eseguite sin dall’inizio e senza “inganno”.

Ilias Harfoush è uno scrittore libanese, editorialista del portale Al-Hayat.

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Redazione

1 Commento

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  • Cosa ne sarebbe stato della Siria e del suo presidente, eletto e rieletto, Bachar Al Assad, senza quello che l’autore dell’articolo definisce “inganno dei russi”?
    Forse per l’articolista sarebbe meglio l’uscita di scena del presidente, come auspicato da Stati Uniti, Unione Europea al suo servizio, e Turchia.

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