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I libici e la scelta dell’accordo politico

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Di Mahmud Mohammed Nacua. Asharq al-Awsat (29/12/2015). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti.

Dopo circa quattordici mesi di colloqui, discussioni e conferenze, da Ghadames in Libia a Ginevra in Svizzera fino a Skhirat in Marocco, è stato raggiunto un accordo sotto l’egida internazionale per la formazione di un governo di unità nazionale in Libia. L’accordo, tuttavia, non significa unanimità, poiché è impossibile che tutte le forze e le correnti politiche e militari concordino unanimemente su un documento, quando la Commissione dei Sessanta, a due anni circa dalla sua elezione, non è riuscita a produrre una bozza di Costituzione.

L’accordo coinvolge la maggioranza delle forze politiche e sociali attive, capaci di farsi portavoce delle attuali necessità e di interagire con la maggioranza del popolo. I documenti di Skhirat, malgrado tutte le lacune e le carenze, possono agevolare la transizione del Paese da una situazione di caos, insicurezza e degrado economico a una fase di intesa che possa garantire un certo equilibrio dopo la formazione di un governo di unità nazionale che rifletterà gli equilibri geografici e sociali. Non dimentichiamo che la Libia è uno Stato moderno che non ha conosciuto il fenomeno dello Stato nello Stato ed è un Paese in cui continuano a vigere le convenzioni e le tradizioni tribali, tanto che i presidenti dei consigli eletti gestiscono questi consessi non secondo i rispettivi statuti, bensì con la cultura e la mentalità del capo (shaikh) della tribù: le assemblee si tengono solo in sua presenza e le decisioni vengono prese solo col suo consenso.

Coloro che parlano di legislazioni, leggi e statuti esprimono l’auspicio di consolidare i tratti caratteristici dello Stato, il che è un desiderio del tutto logico, ma manca il consenso di molti a causa della debole cultura dello Stato presente nei contesti sociali tribali. L’alternativa per il momento è la scelta dell’accordo con la necessità di trovare un mediatore internazionale forte, perché la diffusione delle armi lacera ulteriormente l’unità nazionale e accresce il numero di coloro che vogliono appropriarsi del potere, specie di quello finanziario. Per uscire da questa impasse la ricerca dell’accordo è divenuta la scelta più utile e fortunatamente l’intervento dell’ONU con la designazione di un gruppo e di un inviato speciale del Segretario Generale, finanziato dell’organizzazione internazionale per svolgere il ruolo di mediatore fra le parti, mira a trovare proprio soluzioni di compromesso.

Oggi la situazione di sicurezza nel Paese è grave e alcune relazioni hanno rivelato la penetrazione e la diffusione di Daesh (ISIS) nella capitale Tripoli nel 2014 e 2015. È, inoltre, emersa chiaramente l’assenza di istituzioni di sicurezza professionali che ha favorito attività sovversive dirette contro ambasciate, centri delle forze dell’ordine e hotel, colpendo la sicurezza collettiva in Libia.

Per questo ai libici non resta che la scelta dell’accordo politico che gode, tra l’altro, di una forte consacrazione internazionale e sarà così possibile colmare le eventuali mancanze mediante istituzioni che riconoscano questo accordo, come la Camera dei deputati, il Consiglio di Stato e il Governo di unità nazionale.

Mahmud Mohammed Nacua è l’ambasciatore libico a Londra.

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Roberta Papaleo

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