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Gli Stati Uniti inviano cinquanta soldati in Siria

Di Abdulrahman al-Rashed, Al-Sharq Al-Awsat (02/11/2015). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

La Siria oggi ospita diverse forze militari: in primis Daesh (ISIS) e altre organizzazioni di Al-Qaeda, con un esercito di oltre 30 mila soldati, e poi i russi con circa tremila uomini. Di recente anche il governo americano ha deciso per l’invio di una forza militare, che paragonata alle altre risulta piuttosto esigua. Solo cinquanta soldati, di cui non conosciamo le potenzialità, o la propria ragion d’esistere, specie a livello politico​.

Molti descrivono tale mossa americana come la conferma della non serietà da parte di Washington circa la crisi siriana, sia in termini di assedio a Daesh, che di arresto dell’espansione russa, o dell’attuazione di quel progetto di transizione politica intento a metter fine alla guerra civile. Meglio non inviare nessuno, anziché 50 uomini!

Sembra che nessuno si aspettasse da parte degli Stati Uniti l’invio di una forza militare nella regione. Più probabile, e anche di maggiore spessore, sarebbe stato un sostegno all’opposizione nazionale siriana per mezzo di armi, di informazioni e diplomazia, al fine di presentare una sola soluzione ai negoziati in corso, ovvero una Siria senza Bashar al-Assad, sostituito da un potere di transizione formato dal governo attuale e dall’opposizione.

A differenza degli americani, l’intervento russo in Siria ha da subito veicolato un messaggio politico nelle parole del ministro degli esteri; muniti di aerei da combattimento MIG e Sukhoi, i russi riescono ad ottenere un’influenza senza precedenti. Mentre alcuni a Washington ripetono che non vi è alcuna ragione per un intervento militare in Siria, quest’ultima è divenuta, di fatto, molto più pericolosa dell’Afghanistan in termini di minaccia alla sicurezza mondiale. Il Paese si è trasformato in nido primitivo delle organizzazioni terroristiche, luogo di addestramento alla lotta, per l’inizio di un nuovo capitolo di violenza in patria.

Quindi anziché dispiegare tale potenza simbolica, che produce tra l’altro un messaggio sbagliato, gli Stati Uniti dovrebbero pensare piuttosto a rafforzare le capacità di combattimento dell’opposizione siriana, per giungere ad una soluzione politica, che sconfigga la causa principale all’attuale crisi, ovvero Assad, e introdurre un governo collettivo che rappresenti davvero tutti i siriani.

Ma una tale proposta non riesce a trovare spazio sulla tavola dei negoziati di Vienna senza un sostegno militare. Intanto i russi avvertono che la propria forza aerea in Siria non demolirà​​​ ​l’assedio al regime di Assad, circondato nella capitale. Le loro forze e milizie combattono al fine di restaurare l’area circostante la capitale, la provincia di Ghouta e quanto ne rimane alle sue spalle. Tuttavia, il bombardamento quotidiano nella provincia di Aleppo ha avuto fino ad ora come unica conseguenza la trasformazione di decine di migliaia di abitanti in rifugiati che finiranno presto nella cerchia di gruppi estremisti pronti ad accoglierli alla periferia della città.

Abdulrahman al-Rashed è ex caporedattore del quotidiano Asharq al-Awsat ed ​ex direttore generale di Al-Arabiya.

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Roberta Papaleo

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