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Giordania: pensare fuori dagli schemi non è una cosa per noi

Giordania
Quattro aspetti fondamentali per l’ideazione di un piano che conduca la Giordania fuori dal tunnel della critica condizione economica attuale

Di Marwan Muasher. Al-Ghad (18/01/2017). Traduzione e sintesi di Emanuele Uboldi

La settimana scorsa Jumana Ghunaimat (caporedattrice Al-Ghad, n.d.t.) invitava a pensare fuori dagli schemi per risolvere la crisi economica in Giordania, piuttosto che dare seguito a quella politica fiscale che non dà tregua ai cittadini e che porta a soluzioni parziali, con il solo risultato di tamponare le falle.

Unisco la mia voce a quella di Jumana e di molti altri, in questo Paese. Il ramo esecutivo non si cura di pensare in maniera originale: l’obiettivo è allontanarsi dall’economia del rentier state (cioè che si basa sulla rendita finanziaria, n.d.t.), in direzione di un sistema basato sulla produzione e sulla persona. Quand’anche si facesse ciò, è necessario che il potere esecutivo allenti la presa sulle concessioni, oltre a dare accesso a un’istruzione efficace alle frange più povere e al servizio sanitario a tutti. Ancora, non deve essere solo la capitale a beneficiare di investimenti e servizi, ma tutte le province. Queste questioni non sono difficili da affrontare, ma necessitano una pianificazione e implementazione sostenibile.

Non sarebbe facile né a livello economico, né, cosa più importante, a livello di filosofia politica. Qualora perdesse l’appoggio dello Stato chi sostiene di agire fuori dagli schemi per avere uno Stato più equo a livello sociale, economico e politico, sarebbe poi il facile bersaglio di diverse accuse: a partire dal semplicismo o ignoranza del contesto locale, per passare a quelle di “naturalizzazione” (delle pratiche straniere, n.d.t.), fino ad accuse di vassallaggio e tradimento.

Il governo e il Paese sono in un vicolo cieco che non fa invidia a nessuno. Se il potere esecutivo non riesce più a proseguire con l’attuale politica del rentier state, è perché ne ha fatto indigestione. Non ha i mezzi per stipendiare altre persone, il debito pubblico è oltre ogni limite, la disoccupazione tra i giovani è un bomba a orologeria. E quando si chiede al governo, la risposta è sempre la stessa: “Che possiamo farci noi? Avete la bacchetta magica?”. Persistiamo negli stessi errori da anni, per poi rifugiarci nella nostra incapacità di cambiare quando ce n’è la possibilità.

Certo, non esiste un pozione per risolvere tutto. Però, è assolutamente necessario che qualsiasi soluzione comprenda, per lo meno, i punti elencati di seguito:

  1. Decretare che l’attuale modello economico necessita di una revisione radicale, sostituendo le spese attuali con spese di tipo capitalistico legate alla produzione, e non alla rendita da interessi;
  2. Revisione del sistema e dei servizi scolastici e sanitari, puntando alla qualità e non alla quantità, per dare pari possibilità alla nuova generazione in ogni provincia, e ristabilendo un sistema sanitario finanziato da diversi enti statali, così da fornire un’assicurazione sanitaria completa a chi non ne usufruisce ora;
  3. Riformare completamente il quadro normativo per dare la possibilità al settore privato di dar vita a piccole e medie imprese (PMI), così che sia la forza lavoro il fattore principale di sviluppo;
  4. Coinvolgere la società nella progettazione di questo piano, in modo che il mettere in pratica la teoria sia un dovere sociale e non un obbligo che cala dall’alto, così anche da convincere la società che esista la possibilità di uscire dal tunnel grazie a un legame saldo con la società stessa.

Ovviamente, 500 parole non sono sufficienti per scrivere un piano onnicomprensivo. Ma il governo è indeciso se continuare sul modello attuale o prepararsi a un cambiamento profondo delle politiche, accompagnandolo a una vera partecipazione nell’affermazione del progetto: un primo passo verso una soluzione, ben diverso dal pericolo di ignorarla.

Marwan Muasher è un diplomatico e politico giordano, ora vicepresidente di Carnegie Endowment for International Peace.

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