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Dai faraoni, una lezione sulla persecuzione delle minoranze religiose in Egitto

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L'Egitto sprofonda lentamente nel buco nero dell'intolleranza e l'incapacità dello Stato di proteggere i copti, l'imprigionamento coatto di membri della Fratellanza Musulmana e la volontà di deportare gli uiguri in Cina ne sono le prove inconfutabili

Di Rania al-Malki. Middle East Eye (25/07/2017). Traduzione e sintesi di Antonia M. Cascone.

Quando Mosè ricevette per la prima volta il messaggio divino al roveto ardente, la sua prima missione fu la prova di una semplice legge della fisica: la più breve distanza tra due punti è una linea retta. Dio, infatti, comandò al suo messaggero di recarsi dritto nella tana del lupo e di affrontare un Faraone infuriato. La sua richiesta era che quel Faraone si sottomettesse all’unico Dio e liberasse gli israeliti dalla schiavitù. Tuttavia il Faraone, epitome della mortale arroganza, ebbe l’audacia di sfidare il suo creatore, convocando 20.000 stregoni per umiliare pubblicamente Mosè e “provare” la propria natura divina. Con il più spettacolare tra i miracoli, Mosè divise le acque del Mar Rosso e davanti ai Figli di Israele si aprì un sentiero sicuro da attraversare. Nonostante ciò, il tiranno e il suo esercito li inseguirono, ciechi dinanzi all’ovvietà del fatto che il Dio che aveva aperto il mare per salvare gli israeliti, poteva decidere di affogarli in un attimo. Il resto è storia e per 2,50 lire egiziane se ne possono vedere le tracce al Museo dell’Antichità a Piazza Tahrir; con 4,50 lire si può persino ammirare la mummia del Faraone, morto come qualsiasi altro uomo.

Da allora non è cambiato molto, ma se Mosè fosse vivo oggi, starebbe probabilmente supplicando non solo per gli israeliti, ma anche per le centinaia di musulmani, cristiani, e, ultimi della lista, uiguri cinesi, membri di un gruppo etnico di 10 milioni di individui, prevalentemente musulmano sunnita, che vive per lo più nella regione di Xinjiang, nella Cina occidentale. In un report risalente allo scorso 8 luglio, Human Rights Watch ha dichiarato che “le autorità egiziane dovrebbero immediatamente bloccare gli oltraggiosi soprusi sugli uiguri che vivono in Egitto” che dovrebbero “essere liberi dalla paura di arresti arbitrari e deportazione verso un Paese nel quale rischiano persecuzioni e torture”. Secondo alcune notizie, decine di musulmani cinesi turcofoni sono stati arrestati e deportati, nonostante fossero in possesso di validi permessi di residenza. Queste deportazioni si iscrivono, a quanto pare, nel quadro di un accordo per la sicurezza tra Egitto e Cina, firmato a giugno con lo scopo di scambiarsi informazioni su “organizzazioni estremiste”. In una relazione dello scorso marzo, HRW ha riportato che i tribunali cinesi hanno condannato 1419 individui, per lo più uiguri, sotto le proprie leggi antiterrorismo. La relazione di luglio di HRW mette in guardia sul fatto che, in Cina, le cronache di “detenzione arbitraria, tortura e sparizione forzata degli uiguri sollevano serie preoccupazioni sul fatto che, se deportati, questi individui possono facilmente essere esposti al rischio di tortura e altri soprusi”.

Potrebbe sembrare ironico che un’amministrazione come quella egiziana, che si fa apertamente beffa di leggi locali e internazionali sui diritti umani, si preoccupi così tanto di rispettare un “accordo di sicurezza” bilaterale con la Cina. Tuttavia non ci si stupisce di queste politiche, che si sposano perfettamente con quelle ai danni di musulmani e copti locali, che hanno condannato migliaia di membri della Fratellanza Musulmana e di loro simpatizzanti al carcere a vita senza un valido processo. E, mentre la minoranza copta non sta subendo la stessa diretta persecuzione della Fratellanza, rimane comunque vittima della sistematica incapacità dell’amministrazione di fornirle protezione.

I leader del golpe hanno intenzionalmente prolungato condizioni di radicalizzazione che hanno portato a serie ripercussioni sociali contro i copti egiziani, percepiti come parte di una cospirazione ai danni dell’identità islamica del Paese. Questa mancata difesa dei diritti ha portato numerose chiese, la settimana scorsa, a sospendere pellegrinaggi e feste per il resto di luglio e agosto. Oltre il danno anche la beffa: questa decisione si è basata sul consiglio delle autorità, che hanno avvertito i copti della possibilità di attacchi da parte di militanti islamisti. Implicitamente, l’amministrazione sta ammettendo non solo la sua incapacità di proteggere gli stessi suoi cittadini, ma anche il suo fallimento nel fermare un’insurrezione che affligge la regione del Sinai ormai da anni e che di recente ha raggiunto il cuore della capitale.

Gli ultimi sviluppi dimostrano che l’Egitto è ufficialmente risucchiato nel buco nero dell’intolleranza religiosa. I leader egiziani non dovrebbero però dimenticare le profonde lezioni dalla storia divina della propria terra: hanno il dovere di ricordare che anche i più grandi faraoni, coloro che hanno innalzato le antiche meraviglie del mondo, sono ora esposti in un museo decrepito che si può visitare con 4.50 lire. Ironia della sorte, quel museo si trova a pochi passi dal luogo simbolo di una gigantesca rivolta, le cui vittime non potranno forse mai finire in mostra, ma continueranno a ispirare le generazioni a venire.

Rania al-Malki è una giornalista freelance egiziana ed è stata direttrice generale del Daily News Egypt dal 2006 al 2012.

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