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Da Abu Bakr al-Baghdadi a Donald Trump

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Attraverso lo scontro fra civiltà, l’Islam è divenuto un nuovo nemico ma il razzismo contro i musulmani si è mutato in un razzismo interno che non colpisce soltanto i musulmani ma tutte le minoranze non bianche

Di Elias Khoury. Al-Quds al-Arabi (22/11/2016). Traduzione e sintesi di Federico Seibusi.

In Iraq, Daesh (ISIS) sta per essere sconfitto militarmente ma sta avendo successo dovunque. Effettivamente, l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti ha confermato il razzismo della nuova amministrazione statunitense a cui si aggiunge la Francia di François Fillon; i carri armati di Hezbollah nella città di Al-Qusayr; la Turchia di Erdoğan; l’Iran dei Mullah; il muro costruito dal Libano nel campo Ain al-Hilweh; e la pazzia di Israele, che vuole vietare il richiamo alla preghiera a Gerusalemme e nelle restanti zone nell’entroterra palestinese, evidenziando come l’antisemitismo intorno al neoeletto presidente statunitense e il sionismo siano due facce della stessa medaglia.

Questo nuovo mondo sta avanzando verso l’abisso del populismo fascista che ha avuto inizio negli Stati Uniti che vide la possibilità di logorare l’Unione Sovietica in Afghanistan per mezzo dell’alleanza con i sauditi e il Pakistan, favorendo la nascita del movimento dei mujaheddin afghani, da cui poi scaturirono i Talebani, Al-Qaeda e infine lo “Stato Islamico” di al-Baghdadi.

L’intelligenza di questa tattica divenne senza senso l’11 settembre 2001. Da quel momento, l’Occidente statunitense è divenuto cieco e con l’invasione dell’Afghanistan e l’occupazione dell’Iraq, si aprì il vaso del fondamentalismo e il brutale conflitto fra sciiti e sunniti nel Levante arabo. Così, a Occidente dilagò il populismo razzista e arrivò Putin, dittatore democratico russo, che desidera la restaurazione della gloria zarista sulle ceneri della Siria. Ma il rovesciamento mondiale ha preso forma concreta nelle mani dei razzisti che circondano Trump, quando sorprendentemente il milionario statunitense ha ottenuto la vittoria alle elezioni presidenziali per la Casa Bianca.

Il califfato di al-Baghdadi non è artefice di questo momento storico, ma ne è un risultato e sarebbe folle supporre che il levante arabo così frammentato possa condurre il mondo al baratro. La Guerra Fredda ha permesso allo spettro dei fondamentalismi presenti ai margini di assumere concretezza incontrandosi con il fondamentalismo iraniano, che ha conquistato il successo attraverso la rivoluzione popolare contro lo Scià.

D’altra parte, l’Occidente sotto la guida degli USA dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, sta per perdere la sua guida in seguito alla vittoria di Trump, ponendo i valori della rivoluzione americana e francese in profondo torpore davanti alla ribalta del razzismo. L’odio verso l’altro è mutato in odio identitario su basi etniche che produrrà un grande caos mondiale di cui l’Occidente sarà il primo a pagarne il prezzo.

È interessante vedere come l’antisemitismo si affacci di nuovo negli Stati Uniti. Si tratta di un antisemitismo messianico che non mira a sostituire gli ebrei con i musulmani, ma che si allea con Israele persino contro gli stessi ebrei. Questa è una delle particolarità del trumpismo che riapre ferite non ancora rimarginate nelle società occidentali e preannuncia grandi calamità nel Levante arabo.

In questo contesto, Baghdadi si merita il suo destino miserabile. È giunto il tempo della sua sconfitta in quanto, essendo un attore di secondo piano, è costretto a perdere il suo ruolo con l’avvento degli attori principali. Perciò viene da chiedersi cosa accadrà ai paesi in un contesto che impone nuove regole al mondo. Ci si chiede se si è meri spettatori della propria morte e se il barbaro bombardamento della Russia su Aleppo e la pulizia etnica in Siria rappresentino la fine del sogno di libertà e democrazia esploso nel mondo arabo con la rivoluzione tunisina. Questa sofferenza siriana, palestinese, libica, yemenita, egiziana plasmerà una nuova sensibilità che potrà salvare gli spiriti e i paesi dalla rovina?

Elias Khoury è uno scrittore libanese di fama internazionale, nonché drammaturgo e critico; è stato direttore dell’inserto letterario del quotidiano libanese An-Nahar ed è editorialista per il quotidiano panarabo Al-Quds al-Arabi.

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