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Amare la poesia al punto di perdere la vita: la storia di Zarmina

di Youssef Yalda (Elaph 09/05/2012) – Traduzione di Claudia Avolio

Il mondo e ciò che vi accade: eventi a cui i nostri occhi non sanno più credere. Il mondo e le notizie che ci dà: fatti che le nostre menti non sono più in grado di sostenere. Molte delle cose che ci accadono intorno non si può razionalizzarle con qualche parola, perché l’atto in questione è più un reato. Viene picchiata la donna che legge libri di poesia. Un’altra si toglie la vita ed è la stessa che quelle poesie le ha scritte. Quello che si dice, è che si sia data fuoco, quando non le è stato permesso di sposare l’uomo che amava. Dopo una settimana, per lo stato di frustrazione emotiva che viveva, è morta in un ospedale di Kandahar, in Afghanistan.

Quello che si dice è anche che i suoi fratelli l’avevano sorpresa mentre leggeva delle poesie scritte di suo pugno – poesie che parlavano d’amore – fatte dei versi che aveva buttato giù di nascosto, lontano dagli occhi di un mondo in cui dominano gli uomini, la guerra, l’oppio.

Il suo nome era Zarmina. Faceva parte del gruppo segreto di un circolo letterario: di tanto in tanto si incontravano per parlare di poesia. Dato che non risiedeva nella capitale Kabul, doveva per forza inviare i suoi versi via cellulare, che teneva con sé di nascosto. Li mormorava piano, come se stesse inviando delle coordinate per individuare la posizione del nemico. Mentre stava diffondendo i suoi scritti, i suoi fratelli hanno scoperto di che crimine si era macchiata, e hanno preso a picchiarla. Dopo una settimana dall’essersi vista sottrarre il suo segreto, Zarmina si è suicidata.

Centinaia sono i casi come quello di Zarmina, da potersi leggere nei servizi del quotidiano New York Times. Storie di donne che subiscono le peggiori punizioni, arrivando fino ad essere uccise, per avere scritto poesie. In molti casi sono i mariti di queste poetesse gli artefici di tali crimini. In altri, possono essere i loro fratelli, gli zii, i parenti più vicini.

Un esempio è quello della ragazza uccisa dal marito nel 2005. Movente: aver scritto poesie, e averle spedite in segreto. Nonostante la democrazia che le forze militari dei marines americani cercano di diffondere in Afghanistan – con l’uso delle armi e delle bombe a mano – solo 5 donne afghane su 100 riescono a conseguire la licenza elementare. Tre donne su quattro vengono costrette a contrarre matrimonio quando hanno appena 16 anni.

Sotto l’aura di maggior libertà che si respira a Kabul, si è formato nella capitale un circolo letterario che si chiama Mirman Bahir. Ne fanno parte scrittori, romanzieri e poeti. Un privilegio che solo chi abita lì può sfruttare. Chi vive fuori dalla capitale, invece, soffre il dover spedire le sue opere letterarie via cellulare: sistema che soffoca le note più poetiche ed altre finezze letterarie. Non sorprende che la maggior parte di coloro che scelgono l’esilio in un altra nazione, mentre uno dei tiranni scala i vertici del potere, sia proprio formata da letterati, poeti e artisti figurativi. In senso più ampio, chiunque guardi al mondo attraverso lo sguardo dell’arte.

La prassi del potere chiede di solito che un uomo infranga tutti gli specchi i quali riflettano immagini che non si adeguano alla linea dominante. Il controllo e l’imposizione delle decisioni vengono esercitati da un’unica persona, e orientarsi verso un lavoro collettivo viene visto come un imperdonabile tradimento.

Mentre ancora i cadaveri sono riversi, immobili, sul tavolo operatorio, i famigliari delle ragazze e delle donne maciullate per via del loro amore verso la poesia cercano di negare l’esistenza di un legame tra le loro figliole e le poesie. E’ stata tutta colpa del destino, così tramandano gli avi. Ogni cosa è accaduta per un motivo, così dicono gli assassini. Non si è messa a rischio la vita per via della scrittura di poesie? Potrebbe essere stata la disperazione, o forse la pena interiore. Chissà, forse è stata la convinzione di farlo.


Claudia Avolio

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