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Chi si ricorda dell’Unione del Maghreb?

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Di Abdul Samad Bin Sharif. Al-Araby al-Jadeed (5 Marzo 2016). Traduzione e sintesi di Antonia Maria Cascone.

Lo scorso 17 febbraio è ricorso il 27° anniversario dell’annuncio della creazione dell’Unione del Maghreb Arabo, eppure da quel giorno sono cambiate molte cose, a cominciare dalla deposizione dei leader fondatori: il re Hassan II, il presidente algerino Chadli Benjadid, il leader libico Muammar Gheddafi, il mauritano Maouiya Ould Taya, e Zine el Abidine Ben Ali. Ciò che resta dell’Unione del Maghreb è una foto di gruppo dei capi fondatori su uno dei balconi del castello di Marrakech, ad incarnare un’immagine di coesione e solidarietà, prima che il progetto di un’alleanza internazionale in Nord Africa diventasse pura nostalgia, un mero anniversario in cui i leader si scambiano messaggi di routine imbevuti di cortesia, rinnovano la volontà di lavorare congiuntamente per preservare i frutti dello storico risultato e si impegnano a riconsiderare la propria strategia nel contesto della cooperazione tra i cinque paesi e per il raggiungimento di più alti livelli di sicurezza e stabilità nella regione. Ciò significa che i leader sono pienamente consapevoli che la realizzazione di tale Unione resta impellente, in un frangente storico in cui si assiste alla crescita di continue alleanze, regionali e internazionali.

Gli anni sono passati, e tra il crollo del muro di Berlino, lo smembramento dell’Unione Sovietica, l’emergere di nuovi sistemi ideologici, l’economia alternativa e la nascita delle corporazioni economiche in Asia e nelle Americhe, i membri dell’Unione del Maghreb non hanno tenuto il passo delle trasformazioni radicali che hanno interessato gran parte dei paesi del mondo. Di conseguenza, gli accordi si sono conclusi solo sulla carta, ma le discrepanze si sono acuite come non mai, in special modo tra Marocco e Algeria, a causa della posizione di quest’ultima sulla questione del Sahara Occidentale e il supporto al Fronte Polisario. Tale alleanza ricorda, in scala ridotta, proprio la Lega Araba, che vive in uno stato di inerzia, divisione e alienazione, sebbene affermi di rappresentare i popoli arabi e di difendere i suoi interessi.

Ciò che riesce difficile da capire è il perché, con le crescenti sfide poste dalla globalizzazione economica e l’intensificarsi della concorrenza tra le principali alleanze regionali, gli indicatori economici mostrino una quantità esigua di scambi tra i paesi dell’Unione del Maghreb, per ragioni politiche e per l’assenza di una chiara volontà di affrontare tali sfide. L’idea alla base dell’Unione è la libertà di circolazione di persone, beni e capitali, e l’adozione di una politica condivisa in una serie di campi, specialmente quello economico, premesso che, nel moderno scenario capitalistico, le ambizioni geopolitiche sono rafforzate da una posizione economica forte e la maggior parte dei Paesi ha compreso l’importanza della partecipazione alle alleanze regionali, per avere un peso a livello internazionale e un consistente margine nei negoziati.

E in un mondo che vede le alleanze economiche regionali in Asia, Europa e America ampliarsi e svilupparsi, l’Unione del Maghreb, in quanto spazio geografico, umano e culturale, potrebbe essere un progetto valido, eppure ci sono divergenze profonde, che si manifestano nell’aggravarsi delle crisi politiche e portano a una progressiva perdita di fiducia. Ci si rende conto, inoltre, che vi è una certa distanza tra i paesi. Alcuni hanno fatto grandi passi sulla strada verso la transizione democratica e in una serie di campi strategici, attraverso riforme costituzionali, politiche, economiche e culturali, oltre che nel campo della sicurezza e della stabilità: è il caso del Marocco, oggetto dell’afflusso di numerosi investimenti stranieri, grazie al metodo seguito nella gestione delle manifestazioni popolari e nell’interazione graduale con le richieste del Movimento del 20 Febbraio, e anche grazie alla strategia di sicurezza che ha adottato per contrastare il pericolo delle organizzazioni terroristiche.

E vi sono, d’altro canto, paesi che cercano a tentoni la strada per attuare una serie di riforme: è il caso della Tunisia, che potrebbe rappresentare un’oasi di transizione democratica sana, se le fazioni politiche riuscissero a superare il proprio narcisismo e i propri ristretti interessi. Troviamo, inoltre, regimi, come quello algerino, che ancora esitano nell’elargire concessioni in campo politico e democratico. La situazione in Libia, invece, nonostante in relativi progressi attuati sulla scia dell’accordo politico firmato ultimamente, rimane ostaggio delle organizzazioni terroristiche che ne hanno fatto un campo di battaglia. La Mauritania, infine, che ha conosciuto un lento processo di transizione democratica, continua ad essere dilaniata da problematiche sociali ed economiche e dal pericolo di gruppi terroristici attivi in numerosi Stati del Sahara Meridionale.

Abdul Samad Bin Sharif è uno scrittore e giornalista marocchino.

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Roberta Papaleo

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