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Un romanzo dal carcere per la libertà d’espressione

Di Marcia Lynx Qualey. Al-Jazeera (19/05/2014). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi

Questo mese verrà pubblicato il secondo libro di Omar Hazek. In circostanze diverse, il romanzo non sarebbe uscito dai circoli letterari egiziani. Motivo di attenzione non è l’ambientazione insolita – l’aldilà – ma il fatto che sia stato scritto in due carceri di Alessandria, Borg al-Arab e al-Hadara. È qui che, negli ultimi sei mesi, il giovane scrittore si è ritrovato al centro della lotta per la libertà d’espressione e il diritto di riunione in Egitto.

Fino a qualche anno fa, Hazek era un poeta e lavorava presso la Biblioteca di Alessandria. Nel 2009, aveva pubblicato la sua prima raccolta di poesie, “I Believe the Winter’s Sun”, e nel maggio dello stesso anno aveva partecipato al festival italiano “Love, Justice and Peace in the World”, ricevendo anche un premio.

La sua vita ha preso a cambiare nel 2010, da quando Hazek ha sposato la battaglia per la giustizia nei confronti di Khaled Saeed. Sfidando le leggi anti-protesta del governo egiziano, nel novembre scorso lo scrittore si è unito ad altri manifestanti davanti al Tribunale Penale di Alessandria, dove era in corso il processo agli imputati per la morte di Saeed.

Il 2 dicembre, Hazek avrebbe dovuto incontrare il tipografo per la pubblicazione del suo primo libro, ma all’appuntamento non si è mai presentato perché quello stesso giorno è stato arrestato. Insieme ad altre sei persone, è stato condannato a due anni di carcere, più una multa di 7.000 dollari. Inoltre, la Biblioteca di Alessandria nell’aprile scorso lo ha licenziato, come conseguenza dell’atteggiamento critico di Hazek nei confronti del direttore Ismail Serageldin, accusato di corruzione.

Due mesi dopo l’inizio di questo calvario, Hazek ha ricevuto in cella una copia del suo primo romanzo, “I Do Not Love This City”. In una commovente lettera scritta in occasione del lancio del libro, racconta che la sua prima reazione è stata di nasconderlo agli altri. Voleva tenere quel momento per sé, “perché in una cella strapiena niente è privato”. A catturare la sua attenzione – scrive Hazek – è stato lo sguardo femminile in copertina, “forse perché in carcere siamo totalmente privati delle donne e di tutto ciò che le riguarda, delle loro voci, immagini, profumi”.

Un momento dolce e amaro allo stesso tempo, a cinque anni dalla pubblicazione della sua prima raccolta di poesie. Poi, di colpo, nel giro di pochi mesi, “ho ricevuto il romanzo, ne ho scritto un secondo e ho accettato di realizzarne un terzo: la vita è così, non smette mai di riservarti delle sorprese”.

Un mese dopo, l’organizzazione PEN International ha preso in carico il caso di Hazek, chiedendone il rilascio immediato e incondizionato. La notizia del licenziamento, poi, ha generato un’ondata di proteste da parte di artisti e scrittori, tra cui Alaa al-Aswany, Hamdy al-Gazzar e Bahaa Taher, e una delegazione ha presentato ricorso all’ufficio del Procuratore Generale.

Il caso di Hazek è ritenuto importante non solo a causa della controversa legge anti-protesta, che abroga il diritto di riunirsi liberamente in Egitto, ma anche perché spiana la strada ad altri attacchi ai danni di scrittori. Secondo Hamdy al-Gazzar, è in questione la libertà di parola e di espressione: “È il riflesso di come il nuovo regime si approccia e si approccerà a casi come questo, agli intellettuali, agli scrittori e agli artisti”. Hazek, nel frattempo, fa quel che può: continuare a scrivere.

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Cristina Gulfi

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