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Le rivoluzioni della primavera araba e le sfide del futuro

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Di Adel Soliman. Al-Araby al-Jadeed (03/03/2016). Traduzione e sintesi di Carlotta Castoldi.

L’azione rivoluzionaria egiziana ha raggiunto il suo apice l’11 febbraio 2011 quando il capo del regime ha annunciato che avrebbe abbandonato la carica di presidente della Repubblica e ha consegnato il potere alle forze armate. È stato quello il momento storico in cui l’azione rivoluzionaria si è fermata e si sono dispersi i ribelli? Quanto dobbiamo aspettare per la democrazia? E per la giustizia sociale? Certo è che per garantire un tenore di vita dignitoso ai cittadini potrebbe volerci quasi mezzo secolo.

I ribelli non possono tornare facilmente ad intraprendere l’azione rivoluzionaria per realizzare i veri scopi della rivoluzione. Non si può tornare al 25 gennaio 2011, cambiando le insegne e i volti, dopo le ferite subite dalla società. E cosa ancora più importante, non ci si può fermare in questo momento, alla luce dei cambiamenti profondi vissuti internamente dall’Egitto e da gli altri paesi della primavera araba.

I cambiamenti si sono imposti a tutti, sia a quelle ampie basi popolari che ancora portano nelle loro coscienze il sogno rivoluzionario sia alle forze sociali che vedono nella rivoluzione una minaccia per i loro interessi e coprono i tradizionali regimi autoritari sotto slogan come stabilità, sicurezza e stato nazionale, facendo dilagare la corruzione e saccheggiando le risorse del paese e delle persone.

Le forze della rivoluzione devono soppesare la natura delle sfide da affrontare, internamente ed esternamente, prima di passare dallo status di “sogno rivoluzionario” a quello di “azione rivoluzionaria”. La prima sfida sono le cosiddette forze controrivoluzionarie, una forza intangibile e non ben definita, ma che include varie parti interessate e membri dei dispositivi burocratici. Questo gruppo non deve essere sottovalutato poichè conosce bene i suoi obiettivi, ha il potenziale e i mezzi per raggiungerli e soprattutto sa come presentarli al pubblico spacciandoli per obiettivi nazionali.

Non è da meno la seconda sfida, una sfida esterna, rappresentata dal progetto di ristrutturazione della regione mediorientale dopo la fine della validità del progetto Sykes-Picot, che ha definito i confini della zona un centinaio di anni fa. A poco a poco sono cominciate a diventare chiare le caratteristiche di questo progetto, con lo sviluppo della situazione in Siria, in Libia, in Yemen e prima ancora in Iraq. A poco a poco è penetrato il discorso riguardo alla fondazione di Stati democratici, laici e soprattutto federali, basati sulla divisione etnica e confessionale e subendo la perdita dell’identità nazionale su cui gli stati della regione si fondano da oltre un secolo.

Quindi, la volontà delle forze controrivoluzionarie interne si incontra con quella delle forze esterne, regionali e internazionali, nel combattere le forze delle rivoluzioni nazionali e il sogno rivoluzionario di giustizia e libertà che viene coltivato nelle coscienze delle masse della regione da molti anni.

Questo sogno rivoluzionario ha portato avanti numerosi slogan, da quelli nazionalisti a quelli religiosi e talvolta anche ideologici. È stato sfruttato dalle potenze coloniali e dagli avventurieri delle rivoluzioni nazionali per istituire regimi totalitari e si è concluso con l’estensione delle stesse forze coloniali in diverse forme. Ogni volta è stata la gente a pagarne il prezzo elevato.

Rimane in sospeso la fatidica domanda: i popoli sono in grado, a livello nazionale, di assorbire le lezioni del passato e di guardare verso il futuro? Sono ancora in grado di fornire una valida opzione  alle generazioni future, di risvegliare le loro coscienze, guidare il movimento sociale nella giusta direzione e sviluppare una vera e propria azione rivoluzionaria nazionale?

Dobbiamo determinare la nostra risposta a queste domande prima di parlare di una qualsiasi azione rivoluzionaria.

Adel Soliman è uno scrittore e un ricercatore egiziano.

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Roberta Papaleo

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