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I rifugiati “in ostaggio” da quarant’anni

campo rifugiati tindouf

Di Mahmoud al-Rimawi. Al-Araby al-Jadeed (26/03/2016). Traduzione e sintesi di Antonia Maria Cascone.

Quando il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha descritto la presenza marocchina nel Sahara occidentale come “occupazione”, probabilmente non era in mala fede. Ad ogni modo, il segretario non è tornato sulla questione e non ha chiarito ciò che ha espresso nella sua visita, risalente all’inizio di marzo, ai campi di Tindouf, nel profondo Sahara algerino, che ospitano la popolazione saharawi. Ban Ki-moon non ha notato, però, che i saharawi in questione (circa 85.000 persone) non sono stati espulsi dalle proprie terre, né gli è stato proibito di ritornarvi. Circa il 20% della popolazione saharawi vive in diverse città, tra le quali Laayoune, Dakhla e Smara, e la loro presenza è radicata in tutti gli strati sociali e tra loro vi sono tribù arabe.

Da almeno un quarto di secolo non è stato mosso alcun passo nella contesa sul Sahara, che, eccezion fatta per le Nazioni Unite e l’Unione Africana, non compare nei documenti delle altre organizzazioni, quali la Lega Araba, la Conferenza Islamica e il Movimento dei Paesi non Allineati. Il rinnovamento annuale della missione della Minurso (Missione delle Nazioni Unite per l’Organizzazione di un Referendum nel Sahara Occidentale) rimanda al ricordo di una questione ormai praticamente dimenticata.

Questa questione ha portato alla paralisi dell’Unione del Maghreb e, al fianco dello sviluppo dei movimenti fondamentalisti in Algeria negli anni ’90, ha contribuito alla chiusura dei confini tra Marocco e Algeria, cosa che ha costretto migliaia di viaggiatori ad utilizzare le linee aeree, quando spesso la distanza tra un aeroporto e l’altro è molto maggiore che quella che separa città e paesi da un lato e l’altro del confine.

Mentre i due Paesi cercano di neutralizzare il problema, i saharawi sono bloccati nei campi di Tindouf dal 1976, data del ritiro delle forze di occupazione spagnola dal Sahara, e la maggior parte di loro paga il prezzo più alto della mancata risoluzione della questione. Sono loro a vivere senza documenti di riconoscimento e col divieto imposto dal Fronte Polisario di lasciare i campi e spostarsi all’interno dell’Algeria, se non in circostanze speciali. Quest’occupazione che tiene in ostaggio la loro volontà e la loro capacità di scelta non è stata sottolineata da Ban Ki-moon, che ha riconosciuto semplicemente che i saharawi si trovano al di fuori delle proprie terre e vivono in campi profughi. Il segretario generale arriva quest’anno al termine del suo mandato durato dieci anni e, in tutto ciò, la crisi del Sahara sembra aver perso persino l’atmosfera di tensione. L’unica differenza è che il Marocco ha espresso una mancanza di fiducia nei confronti di Ban Ki-moon e ha deciso un taglio del suo contributo finanziario alla Minurso.

Sono passati quattro decenni dalla crisi, durante i quali le città del deserto hanno assistito ad una notevole fioritura, ma i tentativi di organizzare un referendum per gli abitanti del Sahara non hanno mai avuto successo, anche per le divergenze nate attorno alla classificazione e al computo dei saharawi. Nel frattempo, il Marocco ha respinto le proposte, presentate dal Fronte Polisario, per un investimento congiunto a favore delle regioni del deserto, e ha rifiutato, nella stessa misura, la proposta di dividere le regioni del Sahara: due terzi della superficie cadrebbero sotto l’autorità marocchina, mentre un terzo al Polisario, che controllerebbe una Repubblica che, sin dalla sua nascita, è stata riconosciuta da circa 70 Paesi. Molto probabilmente, questa crisi che il segretario generale ha gradualmente causato, finirà per rientrare nelle questioni di pertinenza delle Nazioni Unite.

Le vere vittime sono i saharawi che abitano i campi di Tindouf, che non possono tornare in patria, né godere di una vita normale nei loro luoghi di detenzione (attraverso, ad esempio, la creazione di associazioni e partiti o la pubblicazione di giornali), obbligati a rimanere nei ghetti nei quali sono detenuti al solo fine del perpetuarsi del loro sfruttamento in nome di un obiettivo politico, che è quello di assicurare la sopravvivenza del Polisario.

Mahmoud al-Rimawi è uno scrittore e giornalista palestinese.

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