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Regno Unito e Palestina: Una rettifica storica alla Dichiarazione Balfour?

Di Raphael Ahren. The Times of Israel (14/10/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

L’approvazione della mozione in favore del riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dei parlamentari britannici non costituisce un terremoto diplomatico, ma è di certo una scossa che potrebbe rendere sempre più difficile a Israele opporsi a simili decisioni unilaterali.

Il voto della Camera dei Comuni non cambierà la politica ufficiale nei confronti del conflitto israelo-palestinese. La questione sarà probabilmente discussa dai media per qualche giorno, gli attivisti pro-palestinesi celebreranno la loro vittoria e i funzionari israeliani condanneranno la decisione come prematura e inutile. Ma tutto ciò durerà poco, se non sarà seguito da una concreta azione diplomatica.

Il premier Cameron non si è presentato al voto ed ha cercato di minimizzare la cosa come alquanto irrilevante.

Da parte loro, i tenaci membri del gruppo parlamentare Conservative Friends of Israel sono certi che non sia cambiato nulla: “Il governo sostiene un ritorno ai negoziati tra israeliani e palestinesi e non è a favore di mosse unilaterali della Palestina, né all’ONU né altrove”, ha dichiarato Stuart Polak, direttore del gruppo.

Eppure alcuni funzionari israeliani hanno ammesso il loro disagio sul fatto che il parlamento di un Paese così importante avalli unilateralmente lo Stato palestinese, specialmente dopo l’annuncio del nuovo governo svedese.

La mozione, proposta dal parlamentare Grahame Morris, non è vincolante, eppure potrebbe innescare un effetto domino in tutta l’Europa, secondo l’opinione di funzionari tanto a Ramallah quanto a Gerusalemme.

“A prescindere dalla natura non vincolante del voto, esso avrà un notevole impatto sulle politiche del governo britannico e sulle future decisioni relative alla Palestina”, ha dichiarato Hanan Ashrawi, funzionaria dell’OLP.

Un diplomatico israeliano, rimasto anonimo, ha dichiarato che “c’è comunque da preoccuparsi, non perché ciò si possa tradurre in un’effettiva politica, ma perché influisce sull’opinione pubblica. In qualche modo, crea una tendenza”.

Nell’ambito pro-israeliano in Inghilterra, il voto è stato continuamente definito come marginale, come una mera vittoria morale per la causa palestinese che ha poca importanza al di fuori dei confini dei partiti politici britannici.

“Ha più peso in termini di politica interna che di politica estera”, ha dichiarato Toby Greene, direttore del settore ricerca presso il Britain Israel Communications and Research Center (BICOM), un think-thank indpendente pro-Israele. “Il suo impatto sulla politica del governo britannico è limitata: non la rispecchia e non la plasmerà”.

Greene non è neanche preoccupato dal fatto che il voto inglese potrà condurre altri Paesi europei a seguirlo. In generale, l’Unione Europea ama mantenere un certo grado di unità su questo tipo di questioni, ha commentato. “Sebbene la Svezia abbia mostrato di voler rompere le righe, non c’è consenso tra gli Stati dell’UE in favore di un riconoscimento della Palestina senza un accordo con Israele. Non mi aspetto che questo cambi nell’immediato futuro”.

David Burrowes, un parlamentare del gruppo Conservative Friends of Israel, ha dichiarato che “non si dovrebbe sottovalutare il margine propagandistico della cosa”. Eppure l’attuale coalizione di conservatori e liberal-democratici non governerà per sempre. In vista delle lezioni del prossimo maggio, la maggior parte dei sondaggi rivelano una certa inclinazione laburista.

Del resto, la mozione “non implica l’impegno dei laburisti a riconoscere immediatamente la Palestina”. Questo quanto dichiarato da Douglas Alexandre, segretario per gli Affari Esteri all’opposizione.

Alexander ha aggiunto che “abbiamo già reso chiaro che i passi presi dai singoli governi al di fuori di un processo internazionale non contribuiranno in maniera significativa al progresso delle negoziazioni su una soluzione a due Stati”. Confusi? È ovvio.

Come membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e una delle tre principali potenze dell’UE, le decisioni del parlamento del Regno Unito, per quanto non vincolanti, hanno apparentemente un peso diplomatico maggiore, ad esempio, delle dichiarazioni del governo svedese.

Nel 2012, Londra si è astenuta dal voto dell’Assemblea Generale dell’ONU per il conferimento dello status di Stato non membro alla “Palestina”.

“L’unico modo per dare al popolo palestinese lo Stato che necessita e merita e per garantire la sicurezza e la pace che spetta al popolo israeliano, è solo attraverso una soluzione a due Stati”, disse al tempo Sir Mark Lyall Grant, ambasciatore britannico presso l’ONU. Questa è stata la politica del Regno Unito da allora.

Storicamente, il Regno Unito è molto più collegato a questa regione rispetto ad altri Paesi europei, dato su cui i palestinesi cercano di investire. Hanan Asharwi, prima della discussione della mozione, ha dichiarato che un voto favorevole “potrebbe essere un primo passo preso dall’Inghilterra come parte del processo di rettificazione delle disastrose conseguenze della Dichiarazione Balfour e del mandato britannico in Palestina, conclusosi con la creazione dello Stato di Israele nel 1948”.

Ma la maggior parte degli osservatori israeliani e inglesi rifiutano qualsiasi connessione con il mandato britannico o la Dichiarazione del 1917. “I legami tra Israele e Regno Unito non sono basati o fondati sulla storia inglese nella regione”, ha detto Greene, aggiungendo che la politica britannica nell’arena israelo-palestinese è generalmente determinata da ciò che il governo di Londra pensa serva meglio l’interesse di pace e stabilità, cioè sostenere un processo di pace negoziato e appoggiare gli Stati Uniti come guida di tale processo.

Solo il tempo ci dirà se la posizione presa dopo la notte di lunedì dai parlamentari britannici in sostegno alla Palestina terrà duro.

Raphael Ahren è un corrispondente diplomatico per il The Times of Israel.

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Roberta Papaleo

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