Politica Zoom

Né guerra né pace

Di Soraya al-Shahdi (Dar al-Hayat – 29/01/2012). Traduzione di Carlotta Caldonazzo

A Parigi nel 1977 l’Unesco invitò un gruppo di intellettuali del mondo a un incontro. Uno scambio di opinioni per scongiurare la minaccia della guerra che incombeva sul genere umano. Infatti con lo sviluppo delle armi di ultima generazione, la guerra assume il significato di distruzione definitiva e non esiste soluzione che sotto l’egida della pace. Quindi era necessario tenere quell’incontro sui metodi e le misure più efficaci per portare la pace. Si può immagimare il formidabile progresso nella produzione di armi, anche di quelle conosciute come “di distruzione di massa”, che si è registrato in questi 35 anni. Dunque se l’Unesco aveva paura già nel 1977 dello spettro della guerra e dei suoi effetti, cosa si dovrebbe dire oggi, con tutta questa proliferazione di materiale bellico e con i conflitti in corso? Quanto all’Unesco, tra i nomi degli intellettuali invitati all’incontro si legge quello dello scrittore egiziano Tawfik al-Hakim.

Al-Hakim scriveva: “la pace è più difficile della guerra, poiché la guerra è un istinto e quando ci sentiamo minacciati allora si risveglia in noi l’istinto di sopravvivenza e diamo inizio al conflitto. La pace invece scaturisce non dall’istinto bensì dalla saggezza, che è la qualità peculiare dell’essere umano. L’animale conosce soltanto la guerra e quando non è in guerra dorme o giace immobile, ma questo suo silenzio non si chiama pace. È solo per l’essere umano che l’assenza di guerra si chiama pace ed esso tenta di prolungare tale periodo di pace con mezzi intenzionali. Se i soldati preparano la guerra, a preparare la pace sono i politici, ma alcuni di essi talvolta hano lavorato nelle due direzioni contemporaneamente: mantengono la capacità di fare la guerra e preparano la pace. C’è invece una categoria di persone che opera solo in un’unica direzione, quella della pace. Essi sono gli intellettuali e i saggi e questo è il motivo per cui ci siamo incontrati qui”.

Dopo aver analizzato gli elementi di base della pace, al-Hakim scopre che il più importante di essi è che la paura è fonte dell’aggressione, proprio come avviene per gli animali. L’altra fonte secondo lui è la fame: se l’animale rischia di indebolirsi per fame, questo stesso aspetto agisce anche nell’uomo. Se le società si indeboliscono, di fronte a loro non c’è che la violenza cui le spinge la privazione. Ma quando lo stomaco si può riempire allora scoppiano guerre di un terzo tipo, che l’animale non conosce perché si trova esclusivamente tra le caratteristiche dell’essere umano. Si tratta di quanto viene indicato sinteticamente come “ideologia”, o conflitto di pensiero, dal quale l’uomo è spinto ad imporre le sue idee sugli altri con la forza e a fare la guerra, talvolta “per procura”. Ecco che a causa delle differenze ideologiche siamo arrivati a vivere nel rischio che una guerra sanguinosa possa scoppiare in qualsiasi momento tra i popoli, mentre il mondo vuole allinearsi su un’unica ideologia. Così le nostre differenze sono fonte della nostra distruzione e annientamento, invece di ggiungere a ciò che abbiamo ciò che non abbiamo e il risultato è un arricchimento. Per dirla con Paul Valery: “arricchiamoci delle nostre reciproche differenze”.

È realistico dire che il mondo arabo ha dimostrato di essere suscettibile ad entrambe le scelte, sia la guerra che la pace. La guerra comporta una perdita spirituale e materiale, per le singole proprietà e per il reddito pubblico. Quanto alla pace, il paese è disteso su un “tetto che scotta” e c’è silenzio per costrizione, c’è ordine perché la libertà viene oppressa, c’è calma perché il vulcano non ha ancora eruttato la sua lava. In che modo dunque né la guerra né la pace sono possibili nel mondo arabo? Per l’istruzione, per l’individuo in casa, per il dialogo, per un cambiamento radicale nella cultura e soprattutto per la formazione scolastica. In quante case arabe si inculca ai figli, teoricamente e praticamente, a non essere orgogliosi di ciò che si può comprare con il denaro? Il senso è pratico, non teorico, un consiglio vuoto. Tutti i nostri esempi confermano che l’uomo senza denaro e ricchezza non è felice, né forte, né stimato, eccetto i profeti, gli apostoli e alcuni modelli come Gandhi e Mandela. Poi si stigmatizzano quelli che combattono per il denaro e il potere. Il giorno in cui riusciremo a far sì che la gente si accorga dell’esistenza di una felicità reale non dovuta alla dimensione materiale, il giorno in cui l’individuo si accorgerà di avere la sua posizione preservata e i suoi diritti garantiti da una legge giusta, senza compromessi, calcoli finanziari e poltrone, quel giorno potremo convincere le persone a scegliere la pace in quanto tale. Tuttavia queste oggi sono le nostre condizioni e non c’è né una pace “utile” né una guerra “utile”.

Foto: Senza titolo, Gloria Dati. Roma 2003


Carlotta Caldonazzo

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