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Marzouki: l’unico presidente a scusarsi per la tortura?

L’opinione di Al-Quds. Al-Quds Al-Arabi (08/05/2014). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti.

Con un gesto senza precedenti e insolito per i leader e i politici arabi, il presidente tunisino Marzouki ha affermato che la Tunisia deve “combattere la tortura” e fare di questa lotta “un suo obiettivo fondamentale”, sottolineando la necessità di trovare strumenti atti a perseguire ed estirpare la tortura e individuare chi continua a praticarla. In chiaro contrasto con gli altri leader arabi, Marzouki ha rivolto scuse ufficiali alle vittime di torture inflitte nelle prigioni tunisine negli ultimi 50 anni. Forse molti non sanno che nel 1994 lo stesso Marzouki fu imprigionato e sottoposto a tortura. Fu detenuto per mesi in cella di isolamento dalle autorità tunisine che lo rilasciarono solo dopo una campagna internazionale cui partecipò anche Nelson Mandela.

Marzouki è considerato il primo presidente a giungere a tale carica dal settore della difesa dei diritti umani, a differenza della maggioranza dei leader arabi che hanno assunto il potere in due modi: per eredità o mediante gli apparati di sicurezza e l’esercito. Essi provengono cioè da strutture sociali che guardano con disprezzo chi non ne fa parte e appartengono a un mondo brutale che intende la politica solo in un’ottica di sopraffazione ed esclusione. La rivoluzione tunisina ha realizzato un grande successo simbolico: ha rotto con la tradizione secondo cui la più alta carica politica dello Stato deve essere ricoperta da un membro delle élite militari o di sicurezza che inevitabilmente sgretolano la giustizia sociale e politica, calpestano le libertà individuali e disprezzano la dignità umana. Purtroppo lo Stato nello Stato in Tunisia e altrove continua a praticare la tortura, soprattutto contro gli accusati di terrorismo, malgrado la presenza di una personalità come Marzouki che reca i segni dell’arroganza e del dispotismo del Paese di cui ora è a capo.

Sarebbe ingenuo pensare che la tortura nei Paesi arabi sia riconducibile solo alla struttura dittatoriale degli apparati dello Stato, poiché è legata alla cultura dominante in tutte le tendenze politiche. Anzi, gli orientamenti più brutali e più avvezzi all’oppressione e alla violenza sono proprio quelli che hanno levato slogan inneggianti alla rivoluzione e alla libertà. Sotto il fumo della propaganda politica, usata da Paesi “rivoluzionari, progressisti e socialisti” contro gli Stati monarchici, reazionari e “putridi”, sono state inflitte le peggiori forme di repressione ai popoli e non solo agli oppositori, causando catastrofi politiche e sociali per cui gli arabi continuano a pagare un prezzo elevato. Così gli Stati reazionari sono diventati il sogno di profughi ed emigranti in fuga da quei Paesi progressisti che hanno distrutto la vita dei loro popoli.

La tortura non è che uno strumento, cui si ricorrerà finché esiste una cultura politica e popolare che ne avalla l’uso nei confronti di chi è diverso per orientamento politico, sesso, colore, religione o confessione. La tortura si nutre di una cultura di odio verso l’altro, vuole estirparlo e persino annientarlo, ed è un circolo vizioso che divora vittime e carnefici. Pertanto il rigetto della tortura, anche contro gli avversari, dovrebbe essere un principio politico e morale.

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Roberta Papaleo

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