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I marocchini che partono per la Siria e l’Iraq

Di Yassine Majdi e Wadii Charrad. TelQuel (26/11/14). Traduzione di Alessandra Cimarosti.

L’associazione Osservatorio del Nord dei Diritti dell’Uomo (ONERDH) ha pubblicato, il 23 novembre, un rapporto riguardante i marocchini che entrano a far parte delle fila dei jihadisti combattenti in Iraq e Siria. Intitolato “Le caratteristiche socio-demografiche dei giovani combattenti marocchini in Siria e Iraq, originari del Nord del Marocco”, questo studio realizzato su 30 jihadisti, tra i quali vi sono anche due donne, analizza le ragioni e i fattori che li hanno spinti a raggiungere questa area di conflitto.

La prima rivelazione dell’associazione con sede a Tetuan, è che i principali fattori che motivano i jihadisti a raggiungere il Levante, non sono di ordine religiosa. Infatti, secondo il rapporto dell’Osservatorio, i combattenti sono “in cerca di gloria e di avventura”. Ma non solo, perché “vogliono anche migliorare le proprie condizioni dal punto di vista materiale”. Secondo il documento dell’ONERDH, i fattori religiosi – jihad e sostegno alle persone che subiscono un conflitto – sono solo al secondo posto tra le preoccupazioni dei marocchini che si uniscono al Daesh o altri gruppi estremisti della regione.

Secondo l’ONERDH, circa un terzo dei 1.500 marocchini che hanno deciso di combattere in Iraq e Siria verrebbero dal nord del Marocco. Il 67% di essi hanno meno di 25 anni (anche perché il campione studiato dall’ONERDH non include jihadisti con più di 30 anni). Infine, il 74% dei combattenti interrogati dall’Osservatorio proviene da classi sociali disagiate che vivono nei quartieri poveri di Fnideq, Martil e Tetouan. Solo il 23% dei jihadisti proviene dalla classe media.

La maggior parte dei jihadisti interrogati viveva reclusa e non era socialmente integrata. Lavoravano come assistente-commerciante, trafficante, mercante ambulante o con i massoni. Quanto alla loro appartenenza politica, il 90% di essi afferma di non avere mai aderito ad un partito politico o ad una associazione. Solo il 10% di essi ha fatto parte del movimento 20 febbraio e ha sostenuto la Commissione mista dei prigionieri islamisti.

Riguardo ai metodi di reclutamento dei movimenti jihadisti, il 40% degli intervistati afferma di essere stato reclutato attraverso i metodi tradizionali, come la famiglia, gli amici o le reti salafite. Queste persone fanno parte della prima generazione di jihadisti combattenti in Siria che ha radunato il paese tra il 2011 e il 2012. Il rapporto punta il dito alla passività delle autorità marocchine che hanno lasciato che i jihadisti raggiungessero la Siria in un momento in cui il regno “sosteneva l’opposizione siriana e ospitava il Congresso degli amici della Siria”.

I jihadisti di seconda generazione (dopo il 2012) rappresentano il 60% degli intervistati. Questi ultimi sono stati reclutati attraverso le reti sociali che hanno permesso loro di entrare in contatto con delle cellule di reclutamento dirette da marocchini che vivono in Iraq e Siria. Infine, il 90% degli intervistati afferma di aver raggiunto i due paesi dall’aeroporto Mohammed V, attraverso la Turchia.

Yassine MajdiWadii Charrad sono giornalisti della redazione web di TelQuel.

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Alessandra Cimarosti

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