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L’Iran e l’internet “halal”

Iran e Internet

Iran e InternetDi Louis Imbert. Le Monde (05/12/12). Traduzione e sintesi di Alessandra Cimarosti.

Giovedì 29 novembre, mentre i ribelli siriani avanzavano nella periferia di Damasco, due compagnie specializzate nel web, Arbor Networks e Akamai, hanno pubblicato dei dati, mostrando che internet era stato spento alle dieci di mattina. Il taglio, che ha colpito anche i telefoni cellulari, è durato fino a sabato primo dicembre.

Dall’inizio della rivoluzione siriana, nel marzo 2011, gli Stati Uniti hanno accusato più volte l’Iran di fornire al regime di Damasco, il materiale necessario per intercettare e perturbare le comunicazioni dei ribelli. La società iraniana Datak e la compagnia Syriatel hanno ricevuto sanzioni da parte dell’America da aprile. Ma se gli iraniani hanno aiutato il regime, bisogna credere che il loro sapere è stato trasmesso anche ai non alleati. Sono tre giorni infatti, che Damasco non ha potuto impedire ai ribelli di parlarsi grazie a telefoni satellitari. E l’insieme dei siriani, quelli che si oppongono al regime e quelli che lo difendono, sono stati tagliati fuori dal mondo, indistintamente.

Ciò non potrebbe succedere in Iran, dove il ministro dell’Informazione ha annunciato a fine settembre, di avere portato a termine una nuova rete internet fatta da e per gli iraniani, interamente controllata dal regime e capace di funzionare senza il web mondiale. Ciò che è stato battezzato “Internet Nazionale”, “giusto” o “halal” e poi “rete di dati nazionali” è già stato utilizzato da funzionari e da studenti. Il grande pubblico ancora non ne ha accesso. Secondo un piano quinquennale, si raggiungerà il 15% nel 2013 e il 60% nel 2015.

L’idea di un internet privato sembra assurda. Ci si chiede se la guida suprema Ali Khamenei, rinuncerebbe ai suoi account Twitter (7000 abbonati) e Instagram (1.100) che risiedono negli Stati Uniti. Abbiamo sentito increduli Ahmadinejad proporre il 13 novembre, ai capi di stato vicini uzbeki, turkmeni e afghani, di unirsi con il suoi popolo all’internet iraniano al fine di “promuovere e diffondere pensieri sublimi, umani e pacifici nel cyberspazio”.

Se l’esercito dei guardiani della rivoluzione ha affermato che l’ “Internet Nazionale” proteggerà i paesi dagli attacchi esteri, la maggior parte degli esperti dubita che un sistema tale possa chiudere la porta ai virus dannosi. A marzo Obama si inquietava di veder cadere una “rete digitale” sull’Iran. Le autorità iraniane hanno però confermato a più riprese che l’ “Internet Nazionale” e il Web mondiale potrebbero coabitare.

Da qualche mese, i controlli sono aumentati. Mahmoud Enayat, creatore di Small Media che fornisce assistenza tecnica agli attivisti iraniani, ha dichiarato “Il governo chiede di ritirare precisamente tale articolo da quel sito e arriva persino ai commenti, alla maniera cinese”. Altro segno, più discreto del controllo dello Stato è stato il blocco di Gmail a febbraio, marzo e settembre. Le banche che utilizzavano questo stesso canale però non hanno avuto problemi. Questo dimostra un controllo più affinato degli strumenti della censura.

L’Iran vivrebbe dunque a due velocità: da un lato l’Internet lento conosciuto da tutti gli iraniani, la cui connessione è limitata dalla legge a 128 kilobyte al secondo e d’altra parte l’Internet Nazionale, più rapido, ma completamente sotto sorveglianza. Se con l’internet lento è possibile, con moltissima pazienza visualizzare un video americano, con l’Internet Nazionale, non è proprio visualizzabile.

A tutto questo si aggiungono le regolari interruzioni di comunicazione e i costi dell’abbonamento: una connessione ADSL alla rete mondiale costa cara, tra i 20 e i 25 euro al mese. La motivazione di questi nuovi sistemi internet è di sicurezza ma anche economica. L’Iran infatti secondo Ali Hakim-Javadi, il capo del progetto di Internet Nazionale, spenderebbe “10 volte di più per fornire la rete che va verso l’esterno che per assicurarsi il traffico interno”.

Tutti i progressi tecnici (il passaggio da .com a .ir, i metodi di analisi profonda di ricerche web, posta elettronica o discussioni vocali), permetteranno al governo di “passare rapidamente da un controllo leggero a un controllo massimo” delle reti. Un dispositivo che agisce nell’ombra. Non sorprende allora che per il momento, gli iraniani non si siano accorti di tutti questi cambiamenti.

Secondo Reza Moini, responsabile degli affari iraniani a Reporters sans frontières ha dichiarato “In un futuro ideale, il governo iraniano conserverà l’internet globale per le imprese e le banche e taglierà l’accesso ai cittadini ordinari”. Il paese metterebbe in atto quindi il sistema alla cubana, nel quale solo il 3%-5% della popolazione, un nucleo fortemente legato al regime, ha accesso al web.

Freedom House evoca più volentieri il modello di controllo cinese, più sottile, che cerca di valutare lo stato d’animo della popolazione, di censurare, di tagliare le comunicazioni locali in caso di sciopero, di favorire le imprese locali in concorrenza con i giganti americani di Internet. La Cina ha saputo promuovere il suo Weibo, contro Twitter, Baidu, contro Google. Punta anche al gusto di chi surfa internet, concepito da e per i cinesi.

In Iran, ad agosto è stato lanciato il motore di ricerca “Ya Haq” (“Oh Dio!”) che però ha lasciato Teheran nell’indifferenza totale. Anche altri servizi non sono stati un granchè apprezzati. Alcuni iraniani si lamentano di queste piattaforme inutili e asservite allo Stato. Secondo Mahmoud Enayat, lo Stato non avrebbe i mezzi per sviluppare questi siti o per lanciare un settore privato relativamente debole; “La Cina, ha questi mezzi. Dubito che l’Iran li avrà mai”.

Intanto, qualche imprenditore astuto vende già delle connessioni di Internet Nazionale. Dei cartelloni pubblicitari li raccomandano per una somma inferiore a 5 euro. Ma questa offerta è una truffa: il navigatore curioso che compra una carta si ritrova lanciato sul Web normale. Iraniani, ancora uno sforzo…

http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2012/12/05/iraniens-encore-un-effort-pour-nationaliser-l-internet_1798592_3218.html

Alessandra Cimarosti

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