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Il Golan siriano: un fronte diverso

golanDi Majd Kayyal (As-Safir 23/09/2013)

Traduzione  e sintesi di Omar Bonetti

 

Majdal Shams, Buqaʿatha, Masada, Ein Kinya e Al-Ghajar sono i cinque paesi nelle alture del Golan che nel 1967 sono sopravvissuti alle distruzioni delle forze israeliane. I loro 25mila residenti sono soggetti ad una situazione politica e sociale a sé stante che merita un discorso a parte. Abitualmente si pensa che questi paesi possano sopportate più di quanto gli sia stato già imposto, ma la verità è che l’intensità delle interazioni politiche e sociali in questo lembo di terra rende ancora più complessi i problemi e le difficoltà. Infatti, si tratta di una vita condotta sulla linea del cessate il fuoco e sotto una continua presenza militare. Inoltre, la gente è sempre stata sensibile agli eventi della regione.Proprio come sotto un sortilegio minaccioso, questa società di campagna, piccola e tranquilla, ha subito la rovina dei propri distintivi naturali. Nel corso degli anni si è trasformata in un focolaio di solitudine sociale (al contrario dei paesi palestinesi che si trovano all’interno della linea verde). È anche per questo che l’aura estetica della natura del Golan è un discorso vuoto: ogni luogo da visitare nasconde un feticcio di guerra, ogni monte ospita un sistema di monitoraggio, ogni bacino idrografico in cui si può nuotare ha una pompa israeliana.Ci sono anche i campi minati tra le case di Majdal Shams che distorcono l’armonia, ma tra i frutteti di ciliegio, che scandiscono e colorano il ritmo tranquillo, si sta sviluppando una nuova rete di relazioni che la rivoluzione siriana ha messo a nudo.

 

Lo sciopero e la battaglia per l’identità: l’inizio del consolidamento

Durante la prima fase del conflitto i paesi del Golan non erano considerati dei centri politicamente attivi, ma la situazione è cambiata quando una netta maggioranza dei residenti è scappata, sono stati rasi al suolo interi centri abitati e la terra è stata rubata.

A seguito di provvedimenti unilaterali da parte d’Israele che hanno causato cambiamenti geopolitici e giurisdizionali ancora oggi irreversibili, hanno iniziato a prendere piede scontri diretti tra gli abitanti del Golan e le forze israeliane, inaugurando, così, la seconda fase del conflitto. Il suo culmine è stato “il grande sciopero”. Annunciato il 14 febbraio del 1982 e durato per sei mesi consecutivi, esso esprimeva il rifiuto dell’annessione a Israele, dell’applicazione della sua legge e della possibilità di ottenere la sua cittadinanza. Le istituzioni religiose druse che si sono riunite nel 1980 hanno dichiarato che chi avesse accettato la cittadinanza israeliana sarebbe stato considerato come infedele alla propria religione, fuori da ogni tradizione delle comunità araba drusa ed escluso da ogni momento sia religioso, sia sociale. Inoltre, la mancanza di una guida politica regionale ha favorito il cristallizzarsi del “Movimento di Resistenza”, un gruppo armato contro l’occupazione, guidato, tra gli altri, dal sedicenne Hale Abu Zeid. Nelle canzoni popolari dell’epoca, Majdal Shams era diventata un simbolo rivoluzionario. Tutti esultavano: “Non cambieremo l’identità, la mia identità è nota, araba e siriana”. Tutti la cantavano. È così che i paesi del Golan hanno iniziato a coordinarsi come centri d’attività politica. Per primi hanno iniziato a dubitare dell’esercito del regime ed a separare i leader politici locali dalle cariche religiose tradizionali, creando una cultura di lotta che ha dei suoi simboli e una sua retorica.

 

Rivoluzione del dubbio 

La terza fase si è aperta con gli accordi di Oslo. Nonostante il regime siriano non abbia annunciato nessuna volontà di rinunciare al Golan, le mancate negoziazioni hanno fatto vacillare la fiducia e l’obbedienza. Il dubbio è il leitmotiv delle ultime due fasi in cui si sono accumulati diversi interrogativi sulle possibilità di liberazione dall’occupazione.

Continua, così, anche il rifiuto d’“israelizzazione”. Un esempio sono i regolamenti della comunità drusa (tutti i paesi tranne quello di Al-Ghajar sono abitati da drusi) che prevedono il ripudio e l’esilio per chi si sposi al di fuori del Golan… o accetti la cittadinanza israeliana.

Inoltre, la creazione di associazioni, fondazioni, organizzazioni sociali non mira soltanto a “rafforzare la fermezza” della comunità, ma risponde a determinati bisogni, sostituendosi allo Stato.

Questi organismi, come “Il Golan per il progresso”, “L’istituto di Sanità”, “Centro per il Turismo Alternativo” e altre, esprimono al meglio la nuova fase di lavoro politico e sociale: vi è una partecipazione transgenerazionale che ha diverse affiliazioni e riferimenti politici. Prima della rivoluzione siriana non vi era un chiaro segno di questo fenomeno, che oggi, invece, emerge pure dalle produzioni teatrali: vengono inscenate sia rappresentazioni di Shakespeare, Molière sia autoprodotte, così come produzioni musicali, anche lontane dalla musica orientale. Queste sono una forma di attaccamento alla vita a dispetto di ogni cosa.

 

Tra il frutteto e il campo

Il Golan sta intensificando le occasioni di dibattito politico e sociale. Questo è accaduto nell’ombra fino a che la rivoluzione siriana ha fatto scoppiare profonde divergenze interne che vanno oltre il suo sostegno (o rifiuto). Questo avviene anche nel Golan, che però si esprime attraverso il suo “ritmo naturale”. Ci sono vari gruppi musicali come “Mela a Metà”, che canta per sostenere la rivoluzione siriana, o “Fragole” che scrivono testi sul riscaldamento globale a ritmo del Reggae giamaicano. “Oh Golan, fonte di ribelli, soverchiatore d’ingiustizia, onore degli arabi”, è, invece, quello che intona la generazione del ’67, con lo stesso tono e attitudine: a mani incrociate e con i capelli brizzolati che spuntano dai turbanti.

Quindi, ecco che i frutteti di ciliegio scandiscono i colori e il ritmo nel Golan, ma i “campi minati” ne scrivono le parole e la melodia.

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Viviana Schiavo

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