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Cosa c’è di sbagliato nella regione del Kurdistan

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Di Aras Ahmed Mhamad. Your Middle East (08/02/2016). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo.

Il Partito Democratico del Kurdistan (PDK) ha sospeso il parlamento curdo il 12 ottobre 2015 ed ha persino impedito al portavoce del parlamento, Yousif Muhammed, di entrare ad Erbil. I dipendenti pubblici non sono pagati dal mese di settembre del 2014 e una nuova ondata di migrazione curda è cominciata, diretta principalmente verso l’Europa, come risultato della disoccupazione. Dall’ottobre del 2015 abbiamo assistito a manifestazioni , soprattutto nelle province di Selmani e Halabja. Manca l’acqua pulita, l’elettricità e altri beni di prima necessità e c’è malcontento rispetto al rifiuto di Masoud Barzani di dimettersi dopo la fine dei suoi due mandati e della proroga di due anni.

Dopo la Rivolta Curda del 1991, il governo iracheno e le Nazioni Unite hanno imposto al Kurdistan un embargo economico che limita il commercio tra i curdi e il mondo esterno, lasciando il popolo curdo in balia dei due partiti di governo di allora, l’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK) e il PDK. La guerra civile tra questi due partiti nel 1994 ha diviso il Kurdistan in due zone ed ha spinto i curdi a ricorrere al mercato nero per provvedere alle loro famiglie. La guerra ha istillato l’odio nelle menti e nei cuori dell’intera popolazione e le ferite non sono ancora guarite. Ogni volta che c’è una guerra mediatica o un disaccordo tra il PDK e l’UPK sul petrolio, il PDK impedisce ai membri dell’UPK e alle agenzie di stampa di entrare ad Erbil dal checkpoint di Degala. L’operazione “Libertà per l’Iraq” del 2003 era una grande opportunità per i due partiti per unirsi e promuovere la coesistenza pacifica fra i vari strati della società, ma la situazione attuale mostra che hanno fallito. Non solo hanno deluso i curdi ma hanno anche indebolito il loro spirito e sabotato la loro resilienza.

I curdi sono sopravvissuti a brutalità indicibili, come gli attacchi chimici  su Halabjan nel 1988 o la discriminazione messa in atto dal regime Baath. Nessuna forza è stata in grado di dominarli completamente o di distruggere la loro resilienza e resistenza. Tuttavia, questi giorni non vediamo né resilienza né resistenza. Corruzione e favoritismi hanno rovinato quasi tutto. Mancano i servizi più essenziali e c’è un forte tasso di disoccupazione. Tuttavia, ciò che ha minato il nostro spirito di coesistenza è il controllo delle risorse naturali da parte dei leader dei partiti. Queste sono le caratteristiche del Governo Regionale del Kurdistan. Molte persone con cui ho parlato non si sentono più parte di questa terra fertile. Il popolo curdo ora chiede un governo che sia basato sullo Stato di diritto e sulla democrazia e non su leader carismatici o stati-partito, giustizia, cambio di potere e un’equa distribuzione delle entrate.

Aras Ahmed Mhamad è un giornalista freelance e collaboratore del Fai Observer.

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Roberta Papaleo

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