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Chiudere l’ambasciata palestinese significa chiudere la questione?

bandiera palestinese
La Palestina è davvero il punto centrale della questione palestinese?

Di Abd al-Rahman al-Rashid, al-Sharq al-Awsat (18/09/2018). Traduzione e sintesi di Mario Gaetano.

Fino a qualche giorno fa a Washington si trovava la sede della missione dell’O.L.P., la quale sembra essere morta simbolicamente e politicamente dopo che il ministro degli esteri americano ha ordinato al capo della missione, Husam Zomlot, e alla sua famiglia di lasciare il Paese.

La missione diplomatica palestinese è il frutto degli accordi Oslo, nei quali è stata riconosciuta per la prima volta, non senza critiche, a livello internazionale. Gli accordi di Oslo sono un progetto politico e storico che ha resuscitato l’O.L.P., dopo che sia l’organizzazione che la questione palestinese erano state sepolte e la sua leadership esiliata in Tunisia.

Gli accordi di “Oslo” hanno fallito sia a causa delle organizzazioni regionali estremiste sia a causa del costo elevato che hanno supportato entrambe le fazioni: palestinese e israeliana, mandando in fumo quelle poche occasioni per una risoluzione.

Sostanzialmente, i modi per porre fine al conflitto israelo-palestinese sono due: la guerra o l’accordo. Quest’ultimo è un miraggio e il peso dei palestinesi nei negoziati sarà esiguo, visto il ritardo con il quale la leadership palestinese sederà al tavolo delle trattative. Intanto, molto tempo è passato e i continui rifiuti delle proposte di dialogo hanno calpestato i loro diritti.

La leadership palestinese, al di là dal senso di disperazione di cui soffre da anni, non ha capito la personalità di Trump. Uno vicino al presidente degli Stati Uniti aveva sottolineato, all’inizio del suo mandato, che bisogna essere in grado di gestire le relazioni con Trump anche nel momento del disaccordo, altrimenti ti fa fuori – come è accaduto ad Abu Mazen e ai suoi amici.

La leadership palestinese ha commesso degli errori, tra cui quello di opporsi agli Stati Uniti, dimenticandosi che il governo americano è il più grande finanziatore dell’organizzazione “URWA”, con quasi un quarto di milione di dollari l’anno. Quando gli inviati del presidente Trump nei territori palestinesi occupati hanno tentato di spiegare le loro idee, la leadership palestinese ha rifiutato di riceverli.

L’irritazione palestinese trova la sua ragione nella decisione del governo americano di attuare una vecchia decisione, ossia di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. La rabbia è molto comprensibile, ma allo stesso tempo, sarebbe dovuto accadere il contrario, ossia che le autorità palestinesi avrebbero dovuto insistere per incontrare la delegazione americana e discutere i motivi di un simile gesto e non rifiutarsi di incontrala.

È l’intenzione di risolvere la “questione” attraverso la cancellazione dell’esistenza diplomatica e internazionale dei palestinesi che ha condotto al fallimento i progetti di pace nei trent’anni trascorsi. Credere che la Palestina  sia una questione centrale tale per cui, sia  arabi che palestinesi non siano disposti a rinunciarvi, è uno degli errori che si commettono. La verità è che i palestinesi hanno rinunciato alla loro terra molto tempo fa, dal momento che gli altri Stati si sono interessati di altre questioni.

L’Egitto ha sciolto questo nodo con la firma degli accordi Camp David, la Giordania ha risolto con gli accordi di Wadi Araba e la Siria ha firmato un accordo di dispegno dopo la guerra del ’73. Il Golan è diventata la zona più sicura per Israele. Quanto al Libano, esso sarebbe stato un Paese vinto e governato dall’Iran, se non fosse stato il primo Paese arabo a firmare gli accordi con Israele.

Questo è quanto si suppone sappiano anche i sognatori arabi ed è proprio questa verità che ha spinto il defunto presidente Yasser Arafat a firmare gli accordi di Oslo.

Abd al-Rahman al-Rashid  è giornalista e intellettuale saudita, ex-capo redattore del giornale Sharq al-Awsat e ex-direttore generale del canale al-Arabiyya.

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