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Algeria: servizi di insicurezza

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di Patrick Mohand. Le Matin dz (27/03/2013). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

 

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Anzitutto quello di Saipem Contracting Algérie SPA è un caso di competenza della magistratura più che dei servizi di sicurezza. Dov’è dunque la polizia giudiziaria, così pronta all’azione quando si tratta di reati minori? Dove sono la gendarmeria e la polizia di Hamel, che corre dietro a chi non digiuna nei periodi prestabiliti o a chi beve vino? I servizi di sicurezza non farebbero forse meglio a occuparsi di casi più delicati, come il controspionaggio e la protezione del paese dai suoi veri nemici?

In secondo luogo, perché i servizi di sicurezza aspettano la procura di Milano per muoversi? Forse non sanno nulla della corruzione dilagante in Algeria? E’ difficile credere che la magistratura straniera sia più informata di un apparato così efficiente quando si tratta di reprimere le proteste popolari!

Terzo punto: perché aspettare tutto questo tempo per avviare un’inchiesta? Non è passata troppa acqua sotto i ponti nel frattempo? Gli affari dell’ex ministro dell’energia e delle risorse minerarie Chekib Khelil non sono forse noti da almeno dieci anni? Persino il defunto presidente venezuelano Hugo Chavez sapeva della truffa, ovvero del livello di corruzione della classe politica algerina. Similmente la legge del 2005 (la cosiddetta legge Khelil, che regola l’estrazione, la commercializzazione degli idrocarburi e il regime fiscale imposto al settore) non è stata approvata su Marte senza che nessuno ne sapesse nulla. Non è stato forse il capo dei servizi segreti Mohamed Mediene in arte Toufik a mettere l’attuale presidente Abdelaziz Bouteflika a capo del paese nel 1999?

È un modo di fare concepito apposta per annegare un pesce nell’acqua. I dirigenti Saipem non sono così sciocchi da lasciare tracce dei loro affari loschi dopo mesi di indagini in Italia e Canada. La vera magistratura indipendente basa le sue indagini su documenti fiscali, patrimoni, movimenti di capitali nelle banche. Tutti fenomeni tracciabili, che al contempo permettono di arrivare alle fonti della corruzione. Niente a che vedere con quanto accade in Algeria, dove vige la legge della corruzione a oltranza, della legalizzazione della mafia da parte dei vertici dello stato, del sistema giudiziario corrotto. L’apparato statale algerino è talmente contaminato che nessuno può toccare nessuno, ognuno conosce gli altri, ciascuno ha in pugno dossier compromettenti sugli altri. Il generale Toufik non ha certo di che lamentarsi.

Assistiamo a una feroce lotta tra i clan che appartengono ai servizi di sicurezza e quello di Bouteflika e quest’ultimo sfrutta la debolezza e la salute ormai malconcia di Toufik per attirare dalla sua parte uno dei clan avversari. Una corsa folle nel tentativo di cavalcare il potente rullo compressore. Se Toufik fosse ancora forte come in passato, un uomo come Hocine Malti non si sarebbe mai permesso di inviargli una lettera né tantomeno di pubblicarla sui giornali algerini. Tutti sanno, è un segreto di pulcinella, che i servizi segreti controllano troppo da vicino i giornali algerini. Pubblicare una lettera come quella non è stato che un fuoco di paglia.

Emanuela Barbieri

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